Un progetto site-specific che abbatte le barriere tra spazio, memoria e corpo. Curato da Hans Ulrich Obrist, l’intervento inaugura il nuovo spazio veneziano della Fondazione con una riflessione radicale sulla fragilità delle strutture – fisiche e simboliche – che regolano il nostro abitare.

Un nuovo battito per Dorsoduro

Venezia, settembre 2025 – Non un’inaugurazione tradizionale, ma un vero e proprio rito di passaggio. Così si presenta l’apertura della Nicoletta Fiorucci Foundation nel suo nuovo spazio a Dorsoduro 2829, nel cuore di Venezia. L’edificio, un tempo proprietà del priorato di Sant’Agnese e successivamente rifugio per giovani orfane, per poi trasformarsi in studio d’artista di Ettore Tito, si offre oggi in una nuova veste: un corpo vivente, vulnerabile e pulsante, grazie all’intervento dell’artista georgiana Tolia Astakhishvili (Tbilisi, 1974).

La mostra, dal titolo to love and devour, è il primo capitolo di un programma espositivo che la Fondazione intende sviluppare nel tempo, sotto la direzione curatoriale di Hans Ulrich Obrist, una delle figure più influenti del panorama contemporaneo.


Un’architettura smembrata e abitata

Astakhishvili ha letteralmente abitato lo spazio per mesi, lavorandovi dall’interno, come un chirurgo che conosce il corpo che deve operare. Ha abbattuto muri, lasciato altri come tracce fantasmatiche, costruito nuove compartimentazioni che disorientano il visitatore. Il percorso non è segnato da cartelli o frecce, ma solo da una porta socchiusa e qualche fotocopia del comunicato stampa: un invito implicito a perdersi.

L’allestimento si sviluppa in verticale, su più piani, come un labirinto di stanze erose. Muri scarnificati, tubature sospese, detriti sparsi, finestre velate da carta gialla che tingono l’ambiente di una luce calda e ambigua: tutto contribuisce a generare un senso di spaesamento. Al piano terra, un tavolo-oggetto incorpora posate e stoviglie come reliquie di un banchetto interrotto, mentre il bagno – spogliato di porte e pareti – diventa un luogo di esposizione radicale della vulnerabilità del corpo.


Disegni come anatomie, architetture come corpi

Nei disegni di Astakhishvili, presentati lungo il percorso, corpi e architetture si fondono: spalle e pavimenti si sovrappongono, arti si trasformano in travi, anatomie perdono centralità. L’edificio stesso sembra sottoposto a una vivisezione: pareti aperte come costole, organi mancanti, tubature esposte come nervi. È un gesto che non mira a ricomporre, ma a rivelare il collasso delle gerarchie che regolano lo spazio domestico.

«L’edificio diventa un organismo vulnerabile, segnato da traumi – un corpo che respira, che vive e muore insieme a chi lo attraversa», spiega la curatela.


Dialoghi con la storia dell’arte e del pensiero contemporaneo

Il progetto trova un’eco nella ricerca di Pierre Huyghe, che con Timekeeper (1999/2001) sabbiò una parete della Vienna Secession rivelandone la stratificazione storica come i cerchi di un albero. Ma se Huyghe lavora per svelare i livelli temporali attraverso un gesto di rivelazione, Astakhishvili abita l’assenza, lascia le pareti mancanti e le divisioni aperte, esponendo l’instabilità come condizione permanente.

Il parallelo si estende anche ad Alessandra Ferrini, che in Gaddafi in Rome (2022) utilizza la metafora anatomica per sezionare la memoria collettiva. In entrambi i casi, l’arte si fa strumento chirurgico, capace di scavare nella materia viva della storia.