La fragilità del mito alato – Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art

La fragilità del mito alato Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art Il 23 agosto 2025, nelle atmosfere dense di memoria dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme (PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, una rassegna ormai punto di riferimento per le arti visive contemporanee in Abruzzo. La manifestazione, capace di coniugare tradizione e sperimentazione, ha premiato quest’anno, per la sezione dedicata alla Fotografia e Digital Art, l’opera Fragilità (2022) di Luciano Di Gregorio. L’opera Di Gregorio presenta un cavallo alato, reminiscenza mitologica di Pegaso, riletto in chiave contemporanea attraverso un linguaggio ibrido che fonde fotografia, manipolazione digitale e stratificazione pittorica. La figura emerge come un’apparizione lacerata: il corpo equino, attraversato da venature incandescenti e da fenditure di luce, appare fragile e allo stesso tempo possente. La superficie è incrinata da frammenti, piume e scintille rosse che evocano energia vitale, ma anche vulnerabilità e caducità. L’animale mitico non è più simbolo di pura elevazione eroica: il suo slancio sembra spezzato, contaminato da elementi organici e da tracce materiche che riportano il sogno a una condizione terrena. In questo senso il titolo, Fragilità, si fa chiave interpretativa: il mito sopravvive, ma non come icona intatta, bensì come corpo vivo, ferito, continuamente in trasformazione. Critica e visione L’opera di Di Gregorio si colloca in una linea di ricerca che interroga il rapporto tra mito e contemporaneità, tra eternità simbolica e precarietà del presente. L’uso della digital art non è qui esercizio estetico, ma linguaggio capace di tradurre la tensione del nostro tempo: l’energia della creazione e la disgregazione che la accompagna. La composizione, che alterna pieni e vuoti, coaguli cromatici e spazi rarefatti, rivela una sensibilità che guarda tanto alla pittura informale quanto alle possibilità generative del digitale. L’effetto finale è quello di un’immagine pulsante, in equilibrio tra attrazione e inquietudine, dove lo spettatore è invitato a riconoscere la fragilità come valore e come esperienza universale. Il contesto dell’evento Il Premio Caramanico Terme si conferma così un laboratorio privilegiato per la riflessione artistica. La scelta dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme come sede non è casuale: un luogo che incarna la stratificazione storica e che diventa contenitore ideale per opere capaci di dialogare con il tempo, rinnovando significati e immaginari. L’assegnazione a Luciano Di Gregorio del primo premio per la sezione Fotografia e Digital Art segna un riconoscimento importante alla ricerca contemporanea che, pur muovendosi tra pixel e algoritmi, non dimentica la forza archetipica delle immagini. Fragilità dimostra che il mito può rinascere, ma solo se accetta di mostrarsi nella sua vulnerabilità, specchio dell’umano e delle sue metamorfosi.

ICONOCLASTICA: tra sacro e profano, il volto dell’umano a Caramanico (PE)

ICONOCLASTICA è una raccolta visiva creata dall’artista Luciano Di Gregorio per la Rivista Artelogia.it che scardina i confini tra tradizione e contemporaneità, rievocando l’iconografia religiosa con un linguaggio carico di simboli perturbanti. L’insieme delle immagini non è una semplice galleria di ritratti: è una liturgia visiva che mette in scena i corpi, i volti e i simboli come campo di battaglia tra il divino e il terreno, tra la venerazione e la dissacrazione. Le. opere saranno esposte in occasione della mostra IL PENSIERO GENERA LA MATERIA all’Ex Convento delle Clarisse, Caramanico Terme (PE) 🗓 23 – 31 Agosto 2025 La ferita del sacro Alcuni volti femminili, segnati da lividi e avvolti in panneggi pallidi, richiamano i martiri delle pale rinascimentali. Lo sguardo spento o carico di dolore richiama la tradizione cristiana della “Pietà”, ma senza consolazione: non vi è redenzione, solo esposizione della fragilità umana. Qui l’aura sacra è ridotta a reliquia estetica, e la spiritualità si trasforma in carne martoriata. Archetipi rielaborati Le madonne, i santi, i re maghi: tutti gli archetipi religiosi sembrano riapparire, ma filtrati da una lente contemporanea che li rende ambigui e inquietanti. La madre che stringe un bambino e al contempo una candela-globo ardente diventa emblema della maternità come custodia del mondo e, insieme, del suo inevitabile consumo. Il riferimento alla Vergine con il Bambino si rovescia in un’icona apocalittica, in cui la devozione lascia spazio al presagio. Corpi eretici Ci sono figure androgine, vestite di fiori o avvolte in abiti neri ricamati di simboli esoterici. Il corpo si fa veicolo di metamorfosi: non più un’identità fissa ma un terreno di contaminazione. L’albino con la donnola richiama Leonardo e i ritratti quattrocenteschi, ma il dettaglio contemporaneo – il trucco, la posa teatrale – apre una breccia ironica e disturbante nella citazione. L’iconoclastia come gesto critico Non mancano i richiami satirici, come il clown vestito da papa che fa il gesto della preghiera mentre mostra la lingua in maniera blasfema. Qui l’iconoclastia è esplicita: la liturgia si trasforma in maschera grottesca, smascherando il potere delle istituzioni religiose ridotte a spettacolo. È un’irriverenza che non nega il sacro, ma lo smonta pezzo per pezzo, costringendoci a interrogare la sua persistenza nella cultura visiva. Un’estetica barocca digitale Esteticamente, le immagini sembrano citare il barocco pittorico: chiaroscuri profondi, panneggi fluidi, pose solenni. Tuttavia, il mezzo fotografico e la manipolazione digitale ne alterano l’aura, trasformandoli in un teatro visivo in cui ogni elemento – un serpente azzurro, un corno, un velo, una fioritura impossibile – diventa simbolo. È un barocco contemporaneo, iperreale, che non rappresenta il divino ma la sua assenza. Conclusione ICONOCLASTICA è un atlante visivo che non cerca di distruggere le icone, ma di rivelarne la potenza residua. Nel farlo, le svuota di dogmi e le riempie di nuove contraddizioni: il sacro diventa politico, il corpo diventa tempio e ferita, la fede diventa teatro. Non è un atto di blasfemia, ma un atto di verità: mostrare come, anche nel nostro presente secolarizzato, viviamo ancora immersi in un immaginario che non sappiamo abbandonare.  

LE TRE CHIAVI 

Le tre chiavi di Luciano Di Gregorio da RITRATTO INUSUALE Questa immagine, che richiama chiaramente lo stile pittorico fiammingo del XVII secolo per composizione, luce e resa materica, è un esempio di ritratto allegorico in cui il simbolismo occupa un ruolo centrale. L’elemento più potente dell’opera è senza dubbio il trittico di chiavi che incorniciano il volto della figura femminile: due ai lati, una al centro, poggiata come una corona o una reliquia sacra. Analisi simbolica delle tre chiavi: Le chiavi, per tradizione iconografica, sono simbolo di potere, conoscenza e accesso. Collocate in questo modo, suggeriscono una dimensione quasi sacrale: la chiave centrale, dalla forma a cuore, assume un valore spirituale o amoroso, come se aprisse non solo porte fisiche ma anche quelle dell’anima. È interessante notare come questa chiave formi una sorta di aureola stilizzata sopra la testa, suggerendo santità, saggezza o elezione. Le due chiavi laterali invece ricordano bilanciamento e dualità: potrebbero rappresentare il contrasto tra ciò che è nascosto e ciò che è rivelato, tra mente e corpo, o tra passato e futuro. Aspetto compositivo: Il modo in cui la donna è raffigurata — in posa frontale, con le mani congiunte e lo sguardo diretto — richiama i ritratti rinascimentali e barocchi di figure nobili o religiose. L’uso della luce caravaggesca, che illumina il volto e le mani mentre tutto il resto si perde in uno sfondo scuro, amplifica la sacralità della scena. I toni terrosi dei vestiti e del turbante, insieme alla sobrietà dell’espressione, evocano umiltà, ma anche forza e interiorità. Lettura concettuale: La donna può essere interpretata come una “custode dei segreti” o una figura iniziatica: una sacerdotessa, una vestale, o persino un archetipo della conoscenza femminile. Le chiavi non sono solo oggetti, ma segni di ciò che è necessario per accedere a un altro livello di realtà o comprensione.

Il Pianto del Pierrot: Immagini dell’Innocenza Offesa

Il Pianto del Pierrot: Immagini dell’Innocenza Offesa di Luciano Di Gregorio C’è un’immagine che attraversa la nostra coscienza come una lama silenziosa: una donna in nero, dallo sguardo fermo e atemporale, tiene in braccio un bambino travestito da Pierrot. Il suo viso paffuto è rigato da lacrime dipinte, due gocce nere che sembrano tatuate dall’esperienza del dolore, nonostante l’età. È un’immagine costruita, ma più vera del vero. Un ritratto che trascende l’estetica per farsi etica, grido muto, denuncia visiva. È in questo spazio sospeso tra pittura e fotografia, tra sacro e grottesco, che si staglia una delle immagini più potenti dell’arte contemporanea. Il bambino, mascherato da clown triste, è il simbolo dell’infanzia tradita. Ma non si tratta di una maschera da circo o da carnevale: è la maschera della Storia, quella che l’Occidente impone ai suoi spettatori per digerire l’indigeribile. A Gaza, i bambini non indossano costumi: indossano ferite. Non piangono con lacrime disegnate, ma con occhi sbarrati da bombe, esiliati da ogni diritto primario: la casa, la scuola, il sonno. La madre in nero — ieratica, quasi mariana — si fa figura archetipica della madre mediorientale, dell’Addolorata contemporanea. La sua espressione è ferma, ma non rassegnata. È quella di chi ha attraversato il dolore senza cedere alla disperazione. Di chi ha perso tutto, ma tiene ancora stretto il poco che resta. Non c’è sentimentalismo in questo sguardo: c’è resistenza. L’immagine è monocroma, come se il colore stesso fosse stato prosciugato dalla realtà. È un bianco e nero che richiama la fotografia della guerra, la pittura sacra, i manifesti del lutto. Eppure ogni dettaglio — la stoffa, il volto, le mani — è reso con una precisione quasi pittorica, che richiama la scuola fiamminga tanto quanto l’iperrealismo novecentesco. Un contrasto tra la bellezza formale e l’orrore sottinteso che paralizza l’osservatore. In questo ritratto contemporaneo, l’artista sembra dirci che non c’è più alcuna distanza tra la scena artistica e la cronaca: che ogni bambino di Gaza è oggi un piccolo Pierrot. Il suo clownismo forzato — l’essere spettatore e vittima di un dramma scritto da altri — diventa la più brutale delle satire. E noi, che osserviamo, dove ci collochiamo? Siamo ancora spettatori o complici? L’arte, quando è vera, non consola. Ferisce. Ci costringe a guardare dove non vogliamo. Questo ritratto — che richiama le icone bizantine, il pathos barocco, la fotografia di guerra — è un atto di accusa. È un urlo silenzioso che attraversa le pareti bianche delle gallerie per abbattere quelle di cemento armato che cingono le infanzie negate. Che senso ha oggi parlare d’arte, se non per riportarla là dove serve? Se non per fare del gesto estetico una forma di testimonianza, di alleanza, di resistenza? In quest’opera, l’innocenza indossa il volto triste del teatro e ci chiede di non voltare più la testa. E noi, finalmente, non possiamo più fingere di non vedere.

ll fantasma del Rinascimento nel corpo della contemporaneità: un’opera di Luciano Di Gregorio

ll fantasma del Rinascimento nel corpo della contemporaneità: un’opera di Luciano Di Gregorio Nel panorama dell’arte contemporanea, dove la citazione si mescola all’ibridazione e l’identità si dissolve nella molteplicità dei linguaggi, l’immagine proposta da Luciano Di Gregorio si presenta come un’opera densa, stratificata, e poeticamente inquietante. Una composizione digitale in bianco e nero che sovrappone, fonde e trasfigura due presenze titaniche dell’arte occidentale: Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti. Un doppio spettro: tra Leonardo e Michelangelo La sovrapposizione visuale mette in dialogo due archetipi: da un lato il volto enigmatico della Gioconda, il dipinto più discusso e decodificato della storia dell’arte; dall’altro, il corpo virile e plastico che richiama la scultura michelangiolesca, forse un David, ora reinterpretato come un moderno Adone tatuato, incoronato, vulnerabile. Il volto, velato da screpolature che evocano i cretti dell’affresco antico, porta il peso del tempo e della memoria. La figura maschile, nuda e fiera, presenta un mosaico di tatuaggi dal gusto old school: teschi, rose, ancore, pugnali, cuori trafitti con la scritta “MOM”. Il corpo diventa un palinsesto, una carne che racconta, che si fa diario visivo del nostro tempo. La corona e il simulacro La corona posta sul capo, elemento tipico del potere iconografico classico, ironizza sulla regalità dell’arte e dell’artista. Il soggetto ritratto è insieme re e martire, bellezza e ferita, archetipo e profanazione. La sua carne tatuata trasforma il canone in anti-canone, spingendo Michelangelo verso il linguaggio della strada e Leonardo verso la cultura pop. Di Gregorio gioca con la trasparenza e la stratificazione: l’effetto fantasmatico rende i confini tra figura e sfondo incerti, come se la storia dell’arte, pur sedimentata nei secoli, fosse sempre pronta a riemergere e a reincarnarsi nei corpi del presente. Un’opera postumana e rinascimentale Quest’opera non è né semplice omaggio né parodia, ma un atto critico e affettivo. Luciano Di Gregorio interroga la permanenza del Rinascimento in un’epoca postumana, dove i corpi sono ibridi, tatuati, ricombinati. La classicità non viene negata, ma attraversata. Michelangelo e Leonardo non sono più modelli irraggiungibili, ma presenze familiari, quasi compagni di un viaggio artistico nel nostro disincantato XXI secolo. Conclusione Il risultato è un’immagine che scuote e seduce, un’allegoria visiva che restituisce alla grande arte del passato una nuova carne, vulnerabile e potente. In questo corpo incoronato e segnato, Luciano Di Gregorio racconta l’eterna resurrezione dell’arte, la sua capacità di attraversare i secoli, di mutare pelle, ma mai di spegnersi. Una visione che è insieme elegia e rinascita, icona e critica.

Putin, Monna Lisa e il Drone del Potere: Allegoria Grottesca del Controllo Contemporaneo

Putin, Monna Lisa e il Drone del Potere: Allegoria Grottesca del Controllo Contemporaneo Questa immagine, al confine tra satira e arte concettuale, propone una visione fortemente simbolica e provocatoria: un personaggio dalle fattezze riconducibili a Vladimir Putin travestito da Monna Lisa, con un drone posto sulla testa come una sorta di corona cibernetica. Il risultato è una composizione surreale, che fonde l’iconografia rinascimentale con il linguaggio tecnologico e il potere geopolitico moderno. Una Monna Lisa del XXI secolo La scelta di fondere l’identità di Putin con quella della Monna Lisa è di per sé un gesto artistico carico di tensione semantica. Da un lato, l’immagine della Gioconda evoca l’ideale della bellezza, dell’enigma psicologico e dell’equilibrio classico; dall’altro, l’inserimento del volto di un leader fortemente polarizzante introduce un contrasto destabilizzante. L’enigma del sorriso leonardesco è qui sostituito da una smorfia caricaturale, una linguaccia infantile che sconfina nel dadaismo, come se volesse sbeffeggiare l’intera storia dell’arte — o l’intero mondo. Il drone come corona Sopra la testa, un drone sostituisce la classica acconciatura rinascimentale o la corona imperiale, diventando il vero elemento di rottura e di lettura simbolica. Non è solo un oggetto contemporaneo: è una metafora. Il drone è sorveglianza, controllo a distanza, superiorità tecnologica. È lo strumento del potere moderno, capace di colpire, spiare, intervenire senza presenza fisica. Nel contesto di un leader noto per l’uso dell’intelligence, della guerra informatica e del controllo mediatico, questo accessorio assume una valenza ironicamente regale. Una corona non più fatta d’oro, ma di eliche, sensori e videocamere. Il volto che si burla dell’autorevolezza Il gesto del fare la linguaccia, un’espressione solitamente infantile, qui assume un valore politico dissacrante: è un attacco all’iconografia classica del potere e al culto della personalità. Putin non appare qui come lo “zar” imperturbabile, ma come una figura buffonesca, trasfigurata dalla lente deformante dell’arte digitale. È un sovrano del ridicolo, un meme vivente, riflesso delle contraddizioni del nostro tempo, dove autorità e spettacolo si confondono. Una riflessione sull’epoca del simulacro Questa immagine non è solo parodia: è un potente memento mori della nostra epoca. La sovrapposizione tra simboli di potere, arte e tecnologia diventa una denuncia implicita del dominio delle immagini sulla realtà. Il leader non è più solo uomo, ma rappresentazione, costrutto mediale, icona manipolabile. La presenza del drone — oggetto che “vede” — indica che il vero potere non sta più nell’essere guardati, ma nel guardare. Un potere oculare, digitale, invisibile. Conclusione In quest’opera la parodia si fa critica. Il travestimento non è solo comico, ma tragicamente veritiero. Ci mostra come le figure del potere contemporaneo, anche le più temute, siano parte di un teatro globale in cui identità, immagini e strumenti di controllo si fondono. Questa Monna Lisa ibrida, metà leader, metà cyborg, ci interroga con un’ironia pungente: chi controlla chi, in questo nuovo Rinascimento digitale?

Il Sacro Grottesco: ironia e dissacrazione nel ritratto “Pontifex Maximus”

Nel panorama dell’arte contemporanea, in cui l’ibridazione tra immagine politica, sacralità e iconoclastia diventa sempre più frequente, l’opera Pontifex Maximus si impone come un esempio fulminante di satira visiva, lucida e provocatoria. Realizzata nello stile solenne dell’olio su tela, l’immagine si presenta inizialmente come un classico ritratto pontificale, per poi esplodere in un cortocircuito simbolico che ne rovescia ogni codice: il personaggio ritratto, riconoscibilmente ispirato all’ex presidente statunitense Donald Trump, siede su un trono in abiti clericali, indossando un cappello di carta di giornale e sollevando con decisione il dito medio smaltato. L’intervento satirico non si ferma alla gestualità oscena — che già infrange brutalmente l’aura liturgica del soggetto — ma si estende alla costruzione stessa dell’identità iconografica. Il cappello di carta, elemento infantile e fragile, sostituisce la tiara papale, smascherando l’apparato della sacralità come costruzione effimera e artificiale. Il medaglione presidenziale americano che pende dal collo del protagonista richiama la sovrapposizione, ormai diffusa, tra potere spirituale e potere secolare, tra autorità religiosa e narrazione politica. È proprio in questo incrocio tra Vaticano e Casa Bianca, tra pulpito e palcoscenico mediatico, che l’opera innesta la sua forza eversiva. L’aggiunta del rossetto sulle labbra e dello smalto sul dito mediano suggerisce un’ambiguità ulteriore: non si tratta semplicemente di una parodia del potere maschile e patriarcale, ma forse anche di una riflessione sull’identità pubblica come performance, sulla teatralità dell’autorappresentazione, in un’epoca dove l’immagine ha sostituito la sostanza. L’artista – di cui si coglie una mano sapiente, figlia della tradizione fiamminga o del realismo ottocentesco – adopera la tecnica pittorica non per abbellire, ma per amplificare il contrasto tra apparenza e contenuto. La qualità quasi fotografica del dipinto rende ancora più disturbante la sua carica ironica: tutto è dipinto con devozione e precisione, ma l’effetto finale è una demolizione sistematica della reverenza, un affondo feroce nel cuore dell’idolatria contemporanea. Pontifex Maximus si pone così come una critica visiva alla divinizzazione del potere politico, al culto della personalità e alla spettacolarizzazione del sacro. Con un linguaggio che mescola l’estetica della pittura ufficiale con l’ironia dissacrante della cultura memetica, l’opera non cerca la neutralità: vuole disturbare, sollevare domande, obbligare lo spettatore a riflettere sul modo in cui veneriamo i nostri leader.

Figura inquietante di Luciano Di Gregorio: il sonno del segno, l’anatomia dell’incertezza

Figura inquietante di Luciano Di Gregorio: il sonno del segno, l’anatomia dell’incertezza Con Figura inquietante, Luciano Di Gregorio ci conduce in un paesaggio interiore dove la forma si disgrega e si rigenera sotto i nostri occhi. L’opera, costruita su tonalità monocrome e su un equilibrio instabile tra figura e astrazione, rivela fin dal primo sguardo un’intenzione poetica: mettere in crisi la visione, spingere l’osservatore oltre la soglia del riconoscibile. Nel cuore del lavoro si intuisce una forma umana, forse un volto, forse un corpo piegato nel sonno o nel dolore. È una presenza che non si lascia definire, un’identità liquida, disturbata da gesti pittorici che sembrano voler cancellare più che rivelare. Le pennellate trasversali, unite a sottili linee bianche che tagliano lo spazio, creano una tensione costante tra controllo e abbandono. L’artista impone e disfa, costruisce e smaterializza, come se volesse catturare l’essenza effimera della coscienza. Al di sopra, tre segni netti — una stella, una croce, un’icona astratta — appaiono come emblemi caduti, resti simbolici di un sistema di significati ormai in rovina. Sono reliquie moderne, sospese in uno spazio bianco che non è silenzio ma attesa, come una pausa carica di possibilità e minacce. Di Gregorio riesce a infondere nella materia visiva un senso psichico di turbamento: Figura inquietante è, appunto, una presenza che disturba, che richiama la nostra attenzione non per ciò che mostra ma per ciò che sottrae. È un’immagine che non si lascia pacificare, che costringe a interrogarsi su ciò che vediamo, su ciò che non possiamo più vedere — e forse neppure immaginare. Un lavoro denso, riflessivo, in cui la pittura diventa atto filosofico. Luciano Di Gregorio si conferma così un autore capace di abitare il confine tra il visibile e l’inconscio, tra la forma e il suo costante dissolvimento.

Il volto e la memoria: materia, assenza e intimità nell’opera

In questa opera in bianco e nero, corrosa e lirica, assistiamo a una potente fusione tra immagine e superficie, tra volto umano e parete consumata. L’opera, che sembra nascere da un processo misto di stampa, deterioramento e manipolazione materica, esprime un’intensità che va oltre la pura rappresentazione: qui la fotografia diventa pelle, traccia, ferita. Il volto femminile, con gli occhi chiusi e le labbra leggermente dischiuse, appare immerso in uno stato di sospensione meditativa, quasi mistica. Eppure non siamo davanti a un semplice ritratto: il viso affiora dalla superficie come un’epifania fragile, parzialmente cancellata, aggredita da muffe visive, da scrostature e graffi che non nascondono ma rivelano. La materia stessa dell’immagine diventa parte del linguaggio espressivo. Il supporto mostra segni evidenti di usura e deterioramento. L’effetto finale è quello di una memoria fotografica contaminata dal tempo, come se l’immagine fosse stata dimenticata in uno scantinato umido e solo ora riportata alla luce, senza restauri. I residui della parete – gocce, colature, macchie – si fondono con i tratti della ragazza, fino a far pensare che si tratti di una fusione tra carne e muro, tra identità e rovina. L’opera interroga così il rapporto tra soggettività e oblio, tra presenza e cancellazione. Il volto della giovane non ci guarda: non si offre allo spettatore, ma si raccoglie in sé stesso. In questa chiusura silenziosa risiede una forza che si oppone allo sguardo dominante. È un rifiuto della visibilità, un gesto di difesa poetica. La fotografia evoca anche i procedimenti del pittura informale e della materia astratta, così come le tecniche di fotografia sperimentale e decollage. Si potrebbe pensare a Mimmo Rotella o a Francis Bacon in chiave fotografica. Ma a differenza della violenza espressiva di quegli autori, qui tutto è racchiuso in una malinconia intima, in un velo di silenzio che si estende dalla figura allo sfondo. In definitiva, l’opera ci parla dell’essere umano come traccia, come fragile apparizione destinata a svanire, ma proprio per questo ancora più preziosa. In questa intensa immagine in bianco e nero, il volto di una giovane donna emerge come un’apparizione fragile da una superficie corrosa dal tempo. Macchie, colature e abrasioni non occultano l’immagine: la completano. L’opera, sospesa tra ritratto e decollage, trasforma la materia fotografica in pelle e memoria. Con gli occhi chiusi, la figura si raccoglie in un silenzio interiore, sottraendosi allo sguardo. È un’immagine intima, segnata, che parla di assenza, vulnerabilità e persistenza. Tra pittura informale e fotografia sperimentale, questo lavoro sussurra che anche ciò che si dissolve, resiste.

TRACCE RIFLESSE

In TRACCE RIFLESSE, l’artista elabora un sofisticato sistema visivo basato sulla duplicazione e sull’intreccio materico, restituendo allo spettatore un’immagine che si situa tra introspezione e dissolvenza. Il soggetto, una figura femminile ripetuta specularmente, compare con gli occhi chiusi, assorta, come immersa in uno spazio di pensiero o in una memoria che non appartiene più interamente al presente. Le due presenze, identiche ma sfalsate, sembrano costituire due versioni di un’unica identità in dialogo silenzioso: l’io e l’eco, la presenza e la sua proiezione mentale. Tale riflessione sull’identità trova ulteriore forza espressiva nella superficie dell’immagine, attraversata da una trama di elementi grafici e materici – segni, lacune, texture organiche – che evocano erosioni, sovrascritture e sedimentazioni del tempo. Il trattamento visivo, che unisce fotografia, disegno digitale e manipolazione testurale, dissolve i confini tra figura e sfondo, in una poetica della fusione. Il volto e il corpo della donna sembrano diventare parte integrante del muro che li ospita, come se la pelle potesse assorbire la storia del luogo, o viceversa, come se fosse il mondo a scriversi sulla pelle. L’utilizzo del bianco e nero accentua il carattere atemporale e onirico dell’opera, privandola di riferimenti realistici e restituendo invece una dimensione metafisica: la figura è viva, ma sospesa in un altrove che ci è vicino ma non accessibile. Tracce riflesse è, in definitiva, un’opera che mette in scena il ritratto dell’invisibile, quel volto interiore che si forma nei silenzi, nelle ferite e nelle sovrapposizioni del vivere.