Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025Nella suggestiva cornice dell’Ex Convento delle Clarisse si è svolta la cerimonia del Premio Caramanico 2025, un evento che ha unito arte, cultura e memoria storica. Tra gli interventi più attesi e apprezzati, quello della Dottoressa Marialuisa De Santis, critica e storica dell’arte, che con la sua consueta profondità ha offerto al pubblico una riflessione intensa sul rapporto tra pensiero, materia, ruolo delle donne e linguaggio del colore nell’arte contemporanea.
De Santis ha aperto il suo intervento condividendo un ricordo personale: l’incontro giovanile con il celebre Cristo Morto di Andrea Mantegna, visto dal vivo dopo averlo studiato sui manuali scolastici. L’opera, di dimensioni ridotte rispetto all’immaginazione, l’aveva inizialmente delusa. Da quell’esperienza, ha maturato la convinzione che l’arte non possa essere pienamente compresa senza il contatto diretto con la materia e la fisicità dell’opera: «Per le opere contemporanee – ha spiegato – la materia entra a far parte del linguaggio stesso, della sua corposità e della sua forza».
Il titolo della mostra collegata al Premio, “Il pensiero genera la materia”, è stato il punto di partenza per una riflessione più ampia. La studiosa ha ricordato come l’opera d’arte non nasca solo dall’intenzione dell’artista, ma generi a sua volta pensiero in chi la osserva. Citando Umberto Eco e il saggio di Tomaso Montanari “La terza ora d’aria”, De Santis ha sottolineato come, una volta completata, l’opera diventi patrimonio del pubblico, capace di stimolare emozioni, riflessioni e interpretazioni personali.
La storica ha raccontato un episodio riportato da Montanari, che interpreta la Maddalena di Savoldo come avvolta nel lenzuolo di Cristo per respirarne ancora il profumo e la presenza. «È una lettura soggettiva, non attestata dalla tradizione storica, ma che ha il diritto di esistere», ha ribadito De Santis, richiamando anche Proust, secondo cui “ogni lettore in un libro legge se stesso”. Lo stesso vale per l’arte: ognuno, attraverso la propria sensibilità e il proprio vissuto, costruisce un’interpretazione personale.
Per rafforzare il concetto, De Santis ha evocato “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un’opera che racconta lo stesso episodio banale in 99 versioni diverse. Un esempio che dimostra come ogni esperienza possa essere narrata e interpretata in modi infiniti: allo stesso modo, ogni opera d’arte è uno specchio che riflette sensibilità e prospettive differenti.
L’intervento si è poi spostato sul libro recentemente pubblicato dalla stessa De Santis, dedicato a Gaetano Braga, violoncellista giuliese dell’Ottocento acclamato in Europa e negli Stati Uniti come “il re dei violoncellisti”. L’autrice ha scelto un approccio originale: non una biografia strettamente musicologica, ma una narrazione attraverso le connessioni artistiche e pittoriche del musicista, frequentatore di figure come Domenico Morelli e Giovanni Boldini. «Ho raccontato Braga dal punto di vista dell’arte e dei suoi amici pittori – ha spiegato – perché non potevo restare indifferente al fermento artistico e culturale del suo tempo, che ha posto le basi della modernità».
Uno dei passaggi più significativi è stato quello dedicato al ruolo delle donne nella storia dell’arte. De Santis ha ricordato come fino all’Ottocento le accademie fossero quasi totalmente precluse alle donne, escluse persino dai corsi di nudo, considerati fondamentali per la formazione. Le poche eccezioni, come Artemisia Gentileschi, erano legate a contesti familiari particolari. Solo con la fine del XIX secolo, in un clima di rinnovamento culturale e sociale, le donne iniziarono a trovare maggiore spazio nella pittura e nelle arti visive.
De Santis ha reso omaggio a Patrizia D’Andrea, artista premiata durante l’evento, sottolineando come la sua ricerca abbia posto al centro il colore, inteso non come semplice linguaggio formale ma come veicolo di emozione e racconto personale. Citando Mark Rothko, ha ricordato: «Con le mie opere non voglio comunicare, voglio emozionare». Un principio che D’Andrea incarna pienamente, narrando la propria vita attraverso le vibrazioni cromatiche.
In conclusione, la storica ha rivolto un ringraziamento sentito a tutti gli artisti presenti: «Con il vostro lavoro, con le vostre conquiste ma anche con le vostre delusioni, ci permettete di elevarci al di sopra della mediocrità e della banalità quotidiana». Un messaggio che ha risuonato con forza nella platea, sottolineando il valore dell’arte come strumento di bellezza, riflessione e resilienza.
