L’Ultima Veggente – L’Oracolo del Silenzio

di Luciano Di Gregorio

dalla serie Iconoclastica

Nel panorama della fotografia contemporanea, “L’Ultima Veggente” di Luciano Di Gregorio si impone come un’opera di rara potenza simbolica, capace di fondere la tradizione pittorica fiamminga con un immaginario quasi surrealista. La composizione è una celebrazione dell’enigma: la figura centrale, avvolta in un abito di velluto scuro e impreziosita da un colletto di pizzo, richiama la ritrattistica seicentesca. Ma è la benda che ne avvolge il volto a trasformare l’immagine in un manifesto visivo dell’ignoto e dell’invisibile.

Il titolo, L’Ultima Veggente, ci pone di fronte a una profezia silenziosa: l’oracolo è qui, ma la sua voce è muta, i suoi occhi sono coperti. In un’epoca in cui l’immagine è sovrabbondante e la parola urlata, Di Gregorio sembra invitarci a un ritorno al mistero, a un ascolto interiore che non passa dalla vista.

I tre elementi dominanti – il rosso delle rose, il bianco delle bende e l’azzurro dell’uccello – costruiscono un linguaggio cromatico che racconta una storia di tensioni: eros e morte, purezza e sacrificio, libertà e prigionia. L’uccello, posato delicatamente sulla mano della veggente, rappresenta l’ultima possibilità di dialogo tra l’umano e il divino, un messaggero che forse canta una verità che la protagonista non può né vedere né pronunciare.

La serie Iconoclastica a cui quest’opera appartiene si interroga sull’atto stesso del guardare e del rappresentare. Qui l’icona è decostruita, privata del volto, ma resa ancora più sacra attraverso il gesto rituale del bendaggio. Non è distruzione dell’immagine, ma sua trasfigurazione: Di Gregorio ci ricorda che la vera visione nasce dall’interiorità, e che la veggenza, oggi, è più che mai un atto di fede.

“L’Ultima Veggente” non è un semplice ritratto: è una soglia. L’osservatore è chiamato a varcarla, a sostare nel silenzio, a interrogarsi sul proprio rapporto con l’invisibile. È in questo spazio sospeso che l’opera rivela la sua forza, trasformandosi da immagine in esperienza.