RINASCIMENTO 2.0: L’Androginismo come Icona Contemporanea

All’interno del ciclo ICONOCLASTICA, l’artista Luciano Di Gregorio ci regala con Rinascimento 2.0 una riflessione radicale sul rapporto tra identità, storia e tecnologia. L’opera, realizzata con la precisione di un antico maestro e la visione di un autore post-digitale, ci trasporta in un universo sospeso dove il passato e il futuro convivono senza frizioni. L’immagine colpisce subito per la sua impostazione classica: la posa frontale, la ricca veste rinascimentale, il velo che scivola come un fiume di organza. Tutto rimanda a un ideale di bellezza e compostezza che evoca i ritratti femminili del Quattrocento. Eppure, è proprio in questa cornice familiare che si innesta l’elemento dirompente: le cuffie futuristiche che incoronano il capo, illuminate da un bagliore blu elettrico, due rose rosse come un sigillo romantico. Di Gregorio mette così in scena un corpo androgino, sospeso tra maschile e femminile, tra carne e tecnologia. Il volto privo di capelli e tratti marcati ci spinge a interrogarci: chi è questa figura? Una dama, un cavaliere, un avatar? L’ambiguità diventa il cuore dell’opera, simbolo di una contemporaneità che rifiuta le categorie nette, preferendo fluire tra identità, ruoli e tempi storici. Il piccolo animale stretto fra le mani – un furetto dal manto dorato – richiama la tradizione leonardesca (La dama con l’ermellino), ma qui diventa quasi un compagno totemico, testimone silenzioso della metamorfosi culturale in atto. La sua presenza attenua la severità del ritratto, creando un contrappunto di tenerezza che umanizza l’intera scena. Dal punto di vista concettuale, Rinascimento 2.0 è un manifesto visivo. Ci ricorda che il Rinascimento, periodo di rinascita e riscoperta dell’umano, trova oggi una nuova forma nella fusione tra tradizione e futuro. La tecnologia – lungi dall’essere mera intrusione – diventa estensione identitaria, un nuovo “ornamento” che ridefinisce il nostro modo di abitare il corpo e il tempo. L’opera di Di Gregorio si inserisce con forza nel dibattito sull’androginismo come categoria estetica e sociale, proponendo un’immagine potente, solenne ma al tempo stesso aperta, capace di dialogare con chi osserva. Non si tratta di un semplice gioco anacronistico: è un invito a ripensare la nostra epoca, i suoi confini e i suoi simboli. Con Rinascimento 2.0, l’artista firma un’opera che è insieme omaggio, provocazione e profezia. Un ritratto che sembra dirci: il futuro è già qui, e ha il volto di chi non teme di essere molte cose allo stesso tempo. RINASCIMENTO 2.0: L’Androginismo come Icona Contemporanea All’interno del ciclo ICONOCLASTICA, l’artista Luciano Di Gregorio ci regala con Marilù Giannantonio: Visioni Psichedeliche e Colori L’arte di Marilù Giannantonio è un viaggio nell’immaginazione, un percorso in Musica per il Paradiso – Iconoclastica L’immagine che osserviamo, parte del ciclo “Iconoclastica” di Luciano Di Gregorio, Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascolto Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascoltoUn viaggio visivo nell’universo di Luciano Di

Marilù Giannantonio: Visioni Psichedeliche e Colori in Movimento

L’arte di Marilù Giannantonio è un viaggio nell’immaginazione, un percorso in cui il colore diventa strumento di esplorazione interiore e la tela si trasforma in uno spazio dove forme e suggestioni si rincorrono senza mai stancare l’occhio. La sua carriera nasce presto, ai tempi della scuola media, quando le fu consigliato di frequentare il liceo artistico, scelta che la porterà poi all’Accademia di Belle Arti di Roma, sezione scenografia. Giannantonio predilige la pittura ad olio, tecnica che definisce “più plasmabile e sfumata”, capace di dare vita a effetti di colore ricchi e avvolgenti. Tuttavia, non si limita a un solo mezzo: lavora anche a tempera, acrilico e perfino solo a matita, scegliendo di volta in volta il linguaggio più adatto all’opera. Per lei dipingere è un atto totalizzante, quasi fisico: “Quando dipingo sono in tensione, fino a quando non finisco il quadro non sto bene. Ci penso e mi concentro”. La sua pittura, come si vede nell’opera in visione, è un’esplosione di forme e cromie. Elementi sinuosi, quasi organici, si intrecciano a figure geometriche e spazi surreali, creando un effetto psichedelico e dinamico. I colori si collocano in contrasti vibranti, raccontando una realtà “moderna, fantastica ma anche solida”. La pop art è per lei il massimo dell’esperienza moderna, ma non disdegna il surrealismo, che considera una teoria sempre attuale. Giannantonio non lavora con bozzetti preliminari: parte direttamente dalla tela, abbozzando con la matita per poi lasciarsi guidare dal colore. Questa spontaneità le permette di esprimere la sua interiorità senza filtri, senza condizionamenti esterni: “Consiglio ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera di lavorare da soli senza avere influenze di qualcuno o qualcosa, neanche storica”. La soddisfazione più grande, racconta, è stata partecipare a mostre e vedere le proprie opere pubblicate nei cataloghi accanto a quelle di altri artisti. Il rapporto con gallerie e collezionisti è per lei strettamente professionale, e i suoi progetti futuri restano fedeli a un’idea di espressione libera e personale: “Tra 5 o 10 anni mi vedo più matura ma probabilmente sempre uguale”. La musica è sua compagna inseparabile, fonte di ispirazione costante. E mentre un nuovo quadro attende di essere terminato, Giannantonio continua il suo percorso artistico con la stessa tensione creativa di sempre, alla ricerca di un dialogo con il pubblico, perché “mi interessa il giudizio del pubblico” dice, consapevole che la sua pittura vive davvero solo quando viene guardata, interpretata e amata.

Musica per il Paradiso – Iconoclastica di Luciano Di Gregorio

L’immagine che osserviamo, parte del ciclo “Iconoclastica” di Luciano Di Gregorio, porta il titolo eloquente di “Musica per il Paradiso”. Essa raffigura una bambina palestinese di Gaza, sospesa tra la delicatezza di un ritratto secentesco e la brutalità del nostro presente, evocando in modo diretto il dramma del genocidio che attraversa la sua terra. Un’anacronistica bellezza La prima percezione è quella di un’opera che dialoga con la pittura barocca e rinascimentale: la posa composta, il costume sontuoso dalle cromie calde, la mano sul petto in gesto solenne. Questo linguaggio estetico rimanda ai ritratti di corte, dove l’infanzia era idealizzata come simbolo di innocenza e promessa di futuro. Tuttavia, qui quella promessa è incrinata: lo sguardo della bambina, pur luminoso e vivo, porta con sé una gravità che eccede il contesto iconografico. Il cortocircuito della contemporaneità Sull’armonia antica irrompe un dettaglio perturbante: le cuffie moderne nere e imponenti, appoggiate sulle orecchie della giovane modella. Questo oggetto tecnologico, apparentemente dissonante, diventa la chiave di lettura dell’intera composizione. È il segno del presente che si sovrappone alla memoria storica, il simbolo di un mondo globalizzato che penetra persino nelle rovine della guerra. Le cuffie non sono semplicemente accessorio: rappresentano la possibilità di fuga, la promessa di una musica che consola, di un suono che possa coprire le esplosioni, i lamenti, le sirene. La tensione tra vita e morte Il titolo “Musica per il Paradiso” introduce un doppio registro. Da un lato, l’idea di un ascolto intimo e salvifico, come se la bambina stesse ricevendo melodie celesti capaci di portarla oltre la brutalità del mondo terreno. Dall’altro, l’allusione funebre: in un contesto di genocidio, “paradiso” diventa luogo di trapasso, spazio in cui l’innocenza violata si rifugia. È un titolo che pesa come una condanna e una preghiera al tempo stesso. Iconoclastica: il progetto Il ciclo di cui l’opera fa parte, “Iconoclastica”, si fonda sulla volontà di Di Gregorio di decostruire e rifondare i linguaggi visivi canonici. L’iconoclastia, per definizione, è la distruzione delle immagini sacre; ma qui l’artista opera un ribaltamento: non distrugge, bensì ricompone icone nuove, in cui i riferimenti classici vengono contaminati da oggetti, simboli e temi contemporanei. Il risultato non è la cancellazione della tradizione, ma la sua rifunzionalizzazione critica: un invito a guardare al passato per comprendere meglio le tragedie del presente. L’innocenza come campo di battaglia Il fatto che la protagonista sia una bambina palestinese non è un dettaglio secondario. In essa si concentrano tutte le tensioni della violenza politica: l’infanzia che dovrebbe essere sacra, protetta, si trasforma in terreno di scontro e sacrificio. La bambina diventa icona universale della vulnerabilità umana. Il suo sorriso timido e i denti mancanti non nascondono ma amplificano la brutalità del contesto: ciò che vediamo non è solo una “figura” ma una vita reale, minacciata e ferita. Un’opera che interpella “Musica per il Paradiso” non si limita a commuovere o a stupire per la sua raffinata costruzione estetica. È un’immagine che interpella lo spettatore, che lo costringe a domandarsi: di quale paradiso parliamo? Di quale musica? L’opera diventa specchio delle nostre responsabilità, del nostro ruolo di osservatori spesso inermi, a volte complici, quasi sempre incapaci di fermare la violenza. Conclusione Luciano Di Gregorio, con questa fotografia, ci offre un’icona del nostro tempo: una bambina che porta sulle spalle secoli di arte occidentale, ma che appartiene a una terra martoriata dall’oppressione e dalla guerra. Il suo sorriso innocente, incorniciato da cuffie nere e da un abito sontuoso, diventa il simbolo dell’eterna contraddizione tra bellezza e barbarie, tra vita e morte, tra memoria e presente. “Musica per il Paradiso” è, dunque, una preghiera visiva, un atto di denuncia e al tempo stesso un inno fragile alla speranza

Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascolto

Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascolto Un viaggio visivo nell’universo di Luciano Di Gregorio Con la serie Iconoclastica, Luciano Di Gregorio ha intrapreso un percorso che mette in discussione, celebra e al tempo stesso reinventa il linguaggio dell’immagine, restituendo alla fotografia la forza di un’icona contemporanea. Tra le opere più emblematiche, Musique d’Opéra si distingue come una riflessione poetica sull’ascolto e sulla sacralità dell’esperienza estetica. L’immagine raffigura una giovane figura femminile dai capelli rossi, avvolta in un abito semplice dal sapore antico. Le pieghe della veste e la posa delle mani, composte ma vibranti di tensione interiore, evocano immediatamente la pittura rinascimentale e barocca: i ritratti di scuola fiamminga, le Madonne quattrocentesche, la delicatezza dei volti preraffaelliti. Eppure, al centro della composizione, l’elemento dirompente: un paio di cuffie monumentali, ornate come reliquiari, racchiudono la testa della giovane, fiorita da rose rosse che emergono come corone simboliche. È qui che Di Gregorio mette in atto la sua iconoclastia: accosta l’immaginario sacro e quello profano, il linguaggio della tradizione pittorica e l’oggetto tecnologico della modernità. Le cuffie, di solito simbolo di isolamento e consumo rapido di suoni, si trasformano in strumento rituale, quasi sacramentale. Non più accessorio quotidiano, ma reliquia preziosa, capace di trasmettere non solo musica, ma un’esperienza spirituale. Il titolo Musique d’Opéra sottolinea l’intensità drammatica del gesto: non si tratta di un ascolto leggero o distratto, ma di un’immersione totale, di una partecipazione interiore che richiama la solennità del melodramma. Lo sguardo assorto della ragazza, sospeso tra malinconia e contemplazione, ci consegna l’immagine di un’anima catturata dal potere evocativo della musica. L’arte visiva e quella sonora qui si incontrano, generando un cortocircuito sinestetico: vediamo il silenzio, ma percepiamo l’eco del suono. Dal punto di vista estetico, Di Gregorio dimostra una padronanza assoluta della luce e del colore. I toni caldi, che oscillano tra l’ocra e il bruno, costruiscono un’atmosfera di intimità e raccoglimento, mentre i dettagli delle cuffie, finemente incisi, dialogano con la texture dei capelli e con le rose, in un raffinato gioco di corrispondenze materiche. Ogni elemento sembra sospeso in una dimensione fuori dal tempo, dove il passato e il presente convivono senza contraddirsi. Musique d’Opéra diventa così un’icona della contemporaneità: un ritratto che, pur attingendo al patrimonio figurativo della storia dell’arte, parla con urgenza al nostro presente. In un’epoca in cui l’ascolto è sempre più frammentato, l’artista ci invita a recuperare la profondità di un’esperienza estetica che sia totalizzante, trasformativa, quasi mistica. Luciano Di Gregorio, con la sua Iconoclastica, non distrugge le immagini: le reinventa, le interroga, le mette a confronto con la nostra epoca digitale, offrendo al pubblico un nuovo pantheon di icone laiche. Musique d’Opéra ne è un esempio folgorante: una fotografia che si fa pittura, un ritratto che si fa reliquia, un volto che si fa specchio di un’esperienza universale.

Chiave per l’infinito – Luciano Di Gregorio, ciclo Iconoclastica

C’è un silenzio sospeso, antico e moderno al tempo stesso, nell’opera di Luciano Di Gregorio Chiave per l’Infinito. Una figura ieratica si offre allo sguardo come una reliquia viva, un’icona che non racconta ma interroga, non consola ma inquieta. È un’immagine che nasce dalla tradizione pittorica europea – le luci soffuse dei fiamminghi, il rigore compositivo del Rinascimento, le suggestioni barocche – ma che subito tradisce ogni rassicurante classicismo per aprirsi a una dimensione altra, disturbante, spiazzante. La donna, o meglio l’archetipo umano che ci appare davanti, non ha capelli: la sua testa rasata la rende senza tempo, spogliata di identità anagrafiche, sociale o storica. È l’essere umano nudo e radicale, privato di orpelli, reso simbolo più che individuo. Sui suoi occhi una benda grezza, argentata, che stride con l’eleganza rinascimentale del colletto a gorgiera e delle maniche vaporose. Il nastro moderno, quasi industriale, è un gesto di rottura: un atto iconoclasta che nega la vista esteriore per spalancare quella interiore. Perché l’infinito non si guarda: si sente, si attraversa, si custodisce. Al collo, due gioielli dai toni caldi e sanguigni, ornati di perle: rosso e bianco, sangue e purezza, materia e spirito. Non semplici ornamenti, ma segnali di un alfabeto simbolico che parla di dualità e riconciliazione. Alle spalle, due grandi foglie secche, come ali precarie: non piume angeliche, ma natura che si trasforma in spiritualità. L’essere umano diventa così un ibrido tra corpo e allegoria, tra creatura terrena e figura alata. E poi le mani, ferme, eleganti, concentrate sul gesto di stringere una chiave dorata. Non una chiave qualunque, ma la chiave per l’infinito. È il cuore dell’opera, il suo sigillo. La chiave non apre una porta reale, ma indica un varco invisibile, interiore, forse mistico. È promessa e minaccia allo stesso tempo: possedere la chiave significa avere il potere, ma anche la responsabilità, di varcare una soglia che non tutti sono pronti ad attraversare. Il titolo stesso, Chiave per l’Infinito, ci guida verso questa lettura. Di Gregorio ci dice che l’arte non deve solo rappresentare: deve aprire, squarciare, spalancare possibilità. In questo ciclo, Iconoclastica, le immagini nascono dalla distruzione consapevole di icone passate per generare nuove icone, attuali e universali. Il volto bendato, i simboli in bilico tra sacro e profano, la teatralità della posa: tutto concorre a creare una nuova religiosità, non dogmatica ma esistenziale. Guardando quest’opera, lo spettatore si trova davanti a un enigma. La figura ci appare solenne, quasi divina, ma al tempo stesso fragile, resa vulnerabile dall’assenza di capelli, dall’assenza di occhi. È un’umanità che non ha certezze ma che stringe ancora una chiave. Un’immagine che non offre risposte ma che ci costringe a domandarci: qual è il nostro infinito? siamo pronti a varcarne la soglia? La forza di Chiave per l’Infinito sta proprio in questa tensione: tra bellezza e inquietudine, tra passato e presente, tra icona e iconoclastia. Luciano Di Gregorio costruisce una pittura che è al tempo stesso tecnicamente impeccabile e concettualmente perturbante, capace di collocarsi in un dialogo sotterraneo con la storia dell’arte e con la nostra interiorità. È un’opera che si guarda come si ascolta un oracolo: con timore, curiosità, reverenza. Non ci svela l’infinito, ma ci ricorda che esiste, e che forse la chiave è già nelle nostre mani.

La leggerezza dell’acqua: La tempesta nel bicchiere alla Galleria Francesca Antonini di Roma

Roma. Fino al 12 settembre 2025, la Galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea ospita La tempesta nel bicchiere, mostra collettiva a cura di Saverio Verini, con opere di Mario Airò, Gregorio Botta, Daniele Di Girolamo, Beatrice Pediconi e Alberto Savinio. Un’esposizione intima, che indaga il tema dell’acqua non nelle sue immagini più scontate — la tempesta, il naufragio, il mare sublime — ma nella sua natura fragile, sottile, capace di insinuarsi nella memoria e nei gesti quotidiani. Il titolo stesso, ironico ed eloquente, rimanda a un dramma minimo, forse immaginario, che si apre però a una riflessione più ampia: l’acqua come metafora della forma e della misura, come scrittura effimera che, citando John Keats, «was writ in Water». Le opere in mostra Ad accogliere il visitatore è il lavoro sonoro di Daniele Di Girolamo, A Measure of Distance I (2), in cui sabbia e superfici rotanti creano vibrazioni simili al moto della risacca. Un’opera sinestetica che dà forma a ciò che per natura non ne ha, invitando a un ascolto percettivo e intimo. Segue Beatrice Pediconi con Chi non ha mai sentito la pioggia, ride delle ninfee, in cui vecchie Polaroid, lasciate sciogliere in acqua, si trasformano in filamenti trasferiti sulla tela. Ne emergono composizioni leggere e floreali, membrane sospese che celebrano la fragilità come forza creativa. In Untitled di Mario Airò, due fiori si piegano in un abbraccio reso instabile da vasi sinuosi collegati tra loro. L’acqua resta contenuta, silenziosa, ma il lavoro vibra tra tensione e armonia, come se la sua forma potesse cedere da un momento all’altro. Con Muta, Gregorio Botta propone una ciotola di bronzo posta a un’altezza che ne impedisce la visione diretta. L’acqua, invisibile, diventa centro immobile di un raccoglimento quasi liturgico: reliquia silenziosa, più interiore che contemplativa. Chiude il percorso il disegno di Alberto Savinio, Turbine o storia vera – La nostra nave fu innalzata da un turbine. Il tratto leggero, il movimento ascensionale della nave, l’assenza di dramma: un’epica sospesa, fiabesca, che cristallizza il senso della mostra. Una riflessione sull’effimero La tempesta nel bicchiere non offre immagini travolgenti né spettacolarità marina. È piuttosto una meditazione sulla leggerezza e sulla possibilità di trattenere l’effimero: un viaggio nell’acqua che nutre, lambisce, fluttua. Una piccola epifania visiva, che invita a riconsiderare la sostanza fragile della visione e del gesto artistico.

Allegoria dell’Ermafrodito Floreale di Luciano Di Gregorio

L’opera di Luciano Di Gregorio, dal titolo “Allegoria dell’Ermafrodito Floreale” e appartenente al ciclo Iconoclastica, si presenta come un’immagine di grande forza simbolica e raffinata costruzione estetica. L’artista gioca consapevolmente con i codici visivi della ritrattistica rinascimentale e barocca, innestandoli in una dimensione concettuale contemporanea, fatta di tensioni identitarie, sovversione dei generi e ricerca di un nuovo canone iconografico. La figura centrale, rappresentata con un’impostazione frontale e ieratica, richiama la solennità delle madonne quattrocentesche e delle allegorie manieriste, ma si carica di un’intensità perturbante. Il corpo, reso con straordinaria cura pittorica nonostante la natura fotografica dell’opera, si staglia sul fondo scuro in un contrasto che esalta la luminosità della pelle e la preziosità del costume. La nudità del capo, privo di capelli, trasforma il volto in un terreno di assoluta neutralità: né maschile né femminile, ma sospeso in una condizione liminale che rompe le categorie binarie. È qui che l’artista innesta il concetto di ermafroditismo, non come mero dato biologico, ma come allegoria di un’identità fluida, fertile e trasformativa. L’elemento floreale, che dà titolo all’opera, non è semplice ornamento decorativo: le rose che sbocciano sul capo, come un’aureola carnale, e quelle che ricamano le maniche e la veste, suggeriscono un’idea di rigenerazione e di continuità vitale. La figura gravida, con le mani posate sul ventre, diventa simbolo di creazione e di metamorfosi. Non si tratta soltanto di maternità, ma di una gestazione simbolica: il grembo come luogo di nascita di un nuovo paradigma identitario e culturale. L’ermafrodito floreale non partorisce un figlio, ma un futuro possibile, in cui le differenze non vengono cancellate ma integrate, come petali di una stessa corolla. La resa cromatica intensifica la tensione simbolica: i toni caldi e profondi, tra il rosso delle rose e l’oro bruno della veste, evocano insieme sensualità e sacralità, passione e decoro liturgico. È come se l’artista avesse voluto mettere in scena una “sacra icona pagana”, in cui l’aura della religione si fonde con la forza della natura e con la corporeità senza filtri. La preziosità degli ornamenti al collo e alle orecchie rimanda a un’iconografia regale, ma il volto fermo e diretto, quasi ascetico, dissolve ogni compiacimento estetico e ci obbliga a confrontarci con lo sguardo enigmatico della figura. Dal punto di vista concettuale, l’opera si inserisce pienamente nel percorso Iconoclastica: essa rompe gli idoli, non li distrugge, ma li reinventa. Qui l’icona sacra della Madonna gravida viene smontata e ricomposta in una figura ibrida, che non appartiene più a una devozione religiosa ma a una nuova mitologia della contemporaneità. L’iconoclastia, dunque, non è negazione, bensì trasfigurazione: l’artista non elimina l’aura, la sposta altrove, la conferisce a un corpo “altro”, liminale, che si fa veicolo di un messaggio radicalmente inclusivo. In definitiva, “Allegoria dell’Ermafrodito Floreale” si configura come una potente meditazione sulla possibilità di trascendere i limiti imposti dal genere, dalla tradizione e dalla storia dell’arte, per approdare a una visione sincretica, fertile e poetica. È un’immagine che seduce e inquieta, che richiama la classicità e al tempo stesso la sovverte, che offre allo spettatore non un modello da imitare ma un enigma da abitare. Dialogo con i Primitivi Fiamminghi La prima suggestione che l’opera evoca è quella dei primitivi fiamminghi, in particolare Jan van Eyck. La cura minuziosa dei dettagli decorativi, la resa quasi tattile dei tessuti, la lucentezza vellutata delle superfici sono tratti che richiamano capolavori come l’“Arnolfini Portrait”. Anche lì la maternità (o la sua allusione) è resa attraverso un ventre prominente, simbolo di fertilità e continuità. Di Gregorio sembra raccogliere questa eredità e piegarla a un discorso più complesso: non più la donna borghese come garante della discendenza, ma un soggetto ibrido, ermafrodito, che destabilizza la funzione sociale del corpo femminile e ne propone una lettura più universale, quasi cosmica. ⸻ Confronto con Caravaggio Il rapporto con Caravaggio si coglie soprattutto nell’uso del chiaroscuro. Lo sfondo scurissimo, da cui emerge la figura come in una rivelazione, è una scelta che richiama la teatralità del Seicento. Tuttavia, laddove Caravaggio metteva in scena la drammaticità dell’esperienza religiosa o umana con gesti dinamici e tensioni corporee, Di Gregorio opta per un’immobilità ieratica. È un realismo che si fa icona, dove la luce non svela la crudezza della carne, ma la trasfigura in presenza sacrale. Eco dei Preraffaelliti L’ornamento floreale e la dimensione simbolica riportano invece ai Preraffaelliti, che nell’Ottocento tornarono a una pittura densa di allegorie, intrisa di natura e poesia. L’uso della rosa come emblema di rigenerazione e sensualità è tipicamente preraffaellita. Ma Di Gregorio non indulge nella grazia malinconica di Rossetti o Millais: il suo floreale è più severo, quasi un’aureola laica, che sottolinea la forza ieratica della figura. Eredità Rinascimentale e Iconoclastia Sul piano iconografico, non si può non pensare alle Madonne rinascimentali, in particolare quelle di Piero della Francesca o di Leonardo, dove la maternità è al tempo stesso evento terreno e simbolo universale. Qui l’artista cita quell’archetipo, ma lo trasforma radicalmente: la maternità non è garantita da una figura femminile tradizionale, bensì da un corpo ermafrodito che si appropria dell’aura mariana per restituirla al nostro tempo. È qui che si manifesta l’iconoclastia di Di Gregorio: smonta il codice, lo rielabora e ne produce un mito nuovo. Dimensione Contemporanea Infine, l’opera si colloca nel dibattito contemporaneo sulle identità fluide e sulla rappresentazione del corpo. L’ermafrodito floreale diventa il simbolo di un’umanità che non ha più bisogno di scegliere tra maschile e femminile, tra sacro e profano, tra natura e cultura. In questo senso, Di Gregorio riprende la tradizione iconografica occidentale per portarla verso una nuova mitologia inclusiva, che accoglie differenza e molteplicità come principi fondativi. 👉 In sintesi, l’“Allegoria dell’Ermafrodito Floreale” si muove tra Van Eyck e i Preraffaelliti, tra Caravaggio e Piero della Francesca, raccogliendo frammenti della memoria artistica per riorganizzarli in un’immagine radicalmente nuova. L’opera è un palinsesto visivo, in cui la tradizione non viene cancellata, ma stratificata e trasformata in chiave iconoclastica e contemporanea. Lettura Psicanalitica e Archetipica L’Androgino come Archetipo (Jung) Carl Gustav Jung individua nell’androgino una delle figure archetipiche

Sara Fattori intervista Sandra Di Marcantonio: il viaggio metasimbolico tra anima, colore e spiritualità

Sandra Di Marcantonio: il viaggio metasimbolico tra anima, colore e spiritualità Giulianova. Una sera d’estate, nel giardino che custodisce il suo atelier, incontriamo Sandra Di Marcantonio, artista giuliese dalla creatività poliedrica: pittrice, musicista, autrice, spirito libero. I suoi quadri ci accolgono con un impatto immediato: campiture di rosso che si innestano nel bianco, bagliori d’oro che richiamano il sole e la trascendenza, forme classiche che tuttavia non smettono di vibrare di modernità. La sua è una pittura che si definisce metasimbolica: oltre il simbolo, verso un linguaggio che cerca di dare corpo visibile a ciò che visibile non è. Ogni tela diventa dunque un passaggio, una soglia tra mondo interiore e realtà condivisa. Anime e gemellarità spirituale Tra le opere che presentiamo, spicca Anime, un lavoro in cui due figure maschili evocano non soltanto corpi, ma riflessi dell’anima. «La ricerca del gemello spirituale – spiega l’artista – non è per forza un incontro con l’altro: può essere un ritrovamento dentro di sé. Una completezza che abita già in noi, senza bisogno di esterni specchi». L’arte di Di Marcantonio, in questo senso, diventa un cammino verso la riconciliazione interiore: la gemellarità non come destino amoroso, ma come riconoscimento della propria pienezza. L’elevazione sospesa Accanto ad Anime troviamo Sospeso, un’opera che raffigura un uomo in levitazione all’interno di una struttura che richiama una chiesa. Non si tratta, però, di religione in senso dogmatico: «La spiritualità per me non è mai legata alle regole delle istituzioni. È piuttosto una tensione verso l’amore puro, un elevarsi al di là della materia». La chiesa dipinta, dunque, diventa simbolo universale di aspirazione, più che luogo di culto. La grammatica del colore Tre sono i poli cromatici che guidano la ricerca di Sandra Di Marcantonio: nero, rosso e bianco. Il nero come oscurità, peso, profondità. Il rosso come azione, trasformazione, energia vitale. Il bianco come purezza e luce. A questi si aggiunge l’oro, che vibra di sacralità e di sole, un ponte verso le filosofie orientali. «Ogni colore – racconta – nasce dallo stato d’animo che vivo in quel periodo. Ci sono fasi “verdi”, più meditative, e fasi rosse, più dinamiche. La pittura è sempre un autoritratto dell’anima». Tra sogno e musica Non stupisce che alcune figure emergano da visioni oniriche: volti, corpi sospesi, atmosfere lucide e al tempo stesso misteriose. Altre volte la scintilla nasce dalla musica, compagna costante della sua vita artistica. Pittura, sogno e suono si intrecciano così in un’unica sinfonia interiore. Un’arte per elevarsi Il percorso metasimbolico di Sandra Di Marcantonio non offre risposte definitive, ma piuttosto invita a partecipare a una ricerca continua. Tra simboli che si superano e colori che diventano stati dell’anima, la sua pittura è una chiamata all’elevazione: non verso un altrove astratto, ma dentro il cuore stesso dell’esperienza umana.

Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025

Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025 Nella suggestiva cornice dell’Ex Convento delle Clarisse si è svolta la cerimonia del Premio Caramanico 2025, un evento che ha unito arte, cultura e memoria storica. Tra gli interventi più attesi e apprezzati, quello della Dottoressa Marialuisa De Santis, critica e storica dell’arte, che con la sua consueta profondità ha offerto al pubblico una riflessione intensa sul rapporto tra pensiero, materia, ruolo delle donne e linguaggio del colore nell’arte contemporanea. L’emozione del contatto diretto con l’opera De Santis ha aperto il suo intervento condividendo un ricordo personale: l’incontro giovanile con il celebre Cristo Morto di Andrea Mantegna, visto dal vivo dopo averlo studiato sui manuali scolastici. L’opera, di dimensioni ridotte rispetto all’immaginazione, l’aveva inizialmente delusa. Da quell’esperienza, ha maturato la convinzione che l’arte non possa essere pienamente compresa senza il contatto diretto con la materia e la fisicità dell’opera: «Per le opere contemporanee – ha spiegato – la materia entra a far parte del linguaggio stesso, della sua corposità e della sua forza». Il pensiero e la materia: un dialogo aperto Il titolo della mostra collegata al Premio, “Il pensiero genera la materia”, è stato il punto di partenza per una riflessione più ampia. La studiosa ha ricordato come l’opera d’arte non nasca solo dall’intenzione dell’artista, ma generi a sua volta pensiero in chi la osserva. Citando Umberto Eco e il saggio di Tomaso Montanari “La terza ora d’aria”, De Santis ha sottolineato come, una volta completata, l’opera diventi patrimonio del pubblico, capace di stimolare emozioni, riflessioni e interpretazioni personali. Interpretare l’arte: tra Montanari e Proust La storica ha raccontato un episodio riportato da Montanari, che interpreta la Maddalena di Savoldo come avvolta nel lenzuolo di Cristo per respirarne ancora il profumo e la presenza. «È una lettura soggettiva, non attestata dalla tradizione storica, ma che ha il diritto di esistere», ha ribadito De Santis, richiamando anche Proust, secondo cui “ogni lettore in un libro legge se stesso”. Lo stesso vale per l’arte: ognuno, attraverso la propria sensibilità e il proprio vissuto, costruisce un’interpretazione personale. L’arte come narrazione multipla Per rafforzare il concetto, De Santis ha evocato “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un’opera che racconta lo stesso episodio banale in 99 versioni diverse. Un esempio che dimostra come ogni esperienza possa essere narrata e interpretata in modi infiniti: allo stesso modo, ogni opera d’arte è uno specchio che riflette sensibilità e prospettive differenti. Il libro su Gaetano Braga: un racconto attraverso l’arte L’intervento si è poi spostato sul libro recentemente pubblicato dalla stessa De Santis, dedicato a Gaetano Braga, violoncellista giuliese dell’Ottocento acclamato in Europa e negli Stati Uniti come “il re dei violoncellisti”. L’autrice ha scelto un approccio originale: non una biografia strettamente musicologica, ma una narrazione attraverso le connessioni artistiche e pittoriche del musicista, frequentatore di figure come Domenico Morelli e Giovanni Boldini. «Ho raccontato Braga dal punto di vista dell’arte e dei suoi amici pittori – ha spiegato – perché non potevo restare indifferente al fermento artistico e culturale del suo tempo, che ha posto le basi della modernità». Donne e arte: un cammino difficile Uno dei passaggi più significativi è stato quello dedicato al ruolo delle donne nella storia dell’arte. De Santis ha ricordato come fino all’Ottocento le accademie fossero quasi totalmente precluse alle donne, escluse persino dai corsi di nudo, considerati fondamentali per la formazione. Le poche eccezioni, come Artemisia Gentileschi, erano legate a contesti familiari particolari. Solo con la fine del XIX secolo, in un clima di rinnovamento culturale e sociale, le donne iniziarono a trovare maggiore spazio nella pittura e nelle arti visive. Il colore come emozione: l’omaggio a Patrizia D’Andrea De Santis ha reso omaggio a Patrizia D’Andrea, artista premiata durante l’evento, sottolineando come la sua ricerca abbia posto al centro il colore, inteso non come semplice linguaggio formale ma come veicolo di emozione e racconto personale. Citando Mark Rothko, ha ricordato: «Con le mie opere non voglio comunicare, voglio emozionare». Un principio che D’Andrea incarna pienamente, narrando la propria vita attraverso le vibrazioni cromatiche. L’arte come antidoto alla banalità In conclusione, la storica ha rivolto un ringraziamento sentito a tutti gli artisti presenti: «Con il vostro lavoro, con le vostre conquiste ma anche con le vostre delusioni, ci permettete di elevarci al di sopra della mediocrità e della banalità quotidiana». Un messaggio che ha risuonato con forza nella platea, sottolineando il valore dell’arte come strumento di bellezza, riflessione e resilienza.

“Arte e Design”: il collettivo AriArt in mostra a San Giovanni Teatino

“Arte e Design”: il collettivo AriArt in mostra a San Giovanni Teatino San Giovanni Teatino – Dal 6 al 27 settembre lo showroom SECALF Mobili di via Po, 86 ospita Arte e Design, la nuova mostra collettiva del gruppo pittorico AriArt, che raccoglie sei voci diverse e complementari: Luciano Costantini, Giacinta Di Battista, Maria Luisa Castellani, Rossana De Luca, Annalisa Faieta e Gabriella Agresti. In un contesto culturale dove spesso prevalgono l’individualismo e il protagonismo, AriArt rappresenta un esempio raro di collaborazione e dialogo creativo. Nato ad Ari, il gruppo si distingue per la capacità di intrecciare personalità e linguaggi distinti in un percorso condiviso, mantenendo intatta la specificità di ciascun artista. La curatela critica è affidata a Maria Cristina Ricciardi, che legge i lavori come espressioni di una coralità fatta di contrasti, armonie e continue ricerche interiori. I linguaggi degli artisti Luciano Costantini sviluppa una pittura biomorfica, in cui forme fluide e organiche richiamano la vitalità dei processi naturali, evocando un equilibrio resiliente. Giacinta Di Battista elabora un informale che non si limita alla materia ma si apre a bilanciamenti e tensioni, cercando equilibri complessi e necessari. Maria Luisa Castellani esplora la superficie come spazio tridimensionale, giocando su volumi e allusioni che ampliano la percezione visiva. Rossana De Luca, con tele di grande formato e un trittico imponente, lascia che il colore diventi linguaggio di libertà, creando paesaggi emotivi tra mondi sommersi e visioni cosmiche. Annalisa Faieta affronta il mistero del reale con una pittura che destabilizza e invita a una visione metamorfica della quotidianità. Gabriella Agresti lavora sulla sostanza pittorica come pura espressione di esistenza, lasciando che il colore diventi protagonista assoluto, fino alla rarefazione estrema dell’immagine. Arte e Design: un dialogo possibile La scelta del luogo non è casuale: lo spazio SECALF, con il suo design iconico, diventa cornice e contrappunto ideale alle opere, creando un dialogo tra pittura e arredo, tra linguaggi visivi e forme funzionali. L’esposizione si configura così come un laboratorio di contaminazioni: la pittura incontra il design, il gesto individuale si intreccia con la dimensione collettiva, e l’arte riafferma la sua capacità di ridefinire lo sguardo sul quotidiano. Arte e Design non è soltanto una mostra, ma un invito a considerare la creatività come esperienza condivisa, capace di aprire spazi di libertà e di immaginazione in un presente dominato dall’omologazione.