LA NOSTRA INTERVISTA: Silviano Scardecchia – La fotografia come archivio di emozioni

Silviano Scardecchia La fotografia come archivio di emozioni Un incontro tra tecnica, poesia ed esperienza di vita C’è chi definisce la fotografia come il semplice fermo-immagine di un istante, e chi invece la considera una finestra sull’anima del tempo. Silviano Scardecchia appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: maestro della luce, “fotografo anarchico e nudo”, come ama definirsi, capace di trasformare ogni scatto in memoria viva e palpabile. In occasione di un incontro curato da Luciano, la redazione di Artelogia.it ha avuto l’onore di consegnargli un premio speciale per il miglior reportage sulle emozioni. Un riconoscimento nato dall’impatto che le sue immagini hanno saputo suscitare: quel silenzio evocato, ad esempio, dal mare calmo all’alba, quando pochi passi sulla riva si confondono con l’eco del sole nascente. Le radici di un’emozione La conversazione si apre con un ricordo intenso: il padre di Scardecchia, prigioniero degli inglesi dopo l’armistizio di Badoglio, costretto a consegnare anche la sua macchina fotografica e i rullini che custodiva gelosamente. «Non fu solo la prigionia a ferirlo – racconta Silviano – ma la perdita di quelle fotografie, un archivio di emozioni che rappresentavano la sua vita». Da quell’episodio nasce la consapevolezza che una fotografia non è soltanto immagine: è tempo che si conserva, emozione che sopravvive. Tra chimica e libertà creativa Scardecchia si laurea in chimica organica, ma i suoi professori già lo percepivano come fotografo con l’hobby della chimica. In effetti, la curiosità scientifica diventa per lui un laboratorio di sperimentazione: notti trascorse a mescolare reagenti, a inventare processi di sviluppo alternativi, a giocare con la materia stessa della luce. «Eravamo alchimisti della fotografia – ricorda – e questo mi ha insegnato la libertà: partire da una tecnica per esplorare e deviare, senza schemi». Oggi, pur lavorando con il digitale, non rinuncia a questa dimensione materica. Le sue stampe prendono vita su carta 100% cotone Fabriano, dove la grana e la consistenza diventano parte integrante dell’opera, trasformando ogni immagine in un oggetto emozionale e unico. L’innesco: dal padre alle motociclette Se l’origine del suo percorso è legata al padre, un altro momento decisivo fu l’incidente in moto da ragazzo. Immobilizzato a letto, iniziò a leggere riviste di fotografia: parole come “diaframma”, “emulsione”, “ferrocianuro” diventarono linguaggio familiare. Da lì la passione per immortalare le motociclette in corsa, catturando la velocità in immagini cariche di energia. Un fotografo “anarchico e nudo” Alla domanda su come si definirebbe, Scardecchia risponde con un sorriso: «Un fotografo anarchico e nudo». Anarchico perché libero da regole predefinite, sempre alla ricerca di nuove vie, e nudo perché autentico, spoglio di sovrastrutture. Sua moglie, scherza, ancora non ha ben compreso cosa abbia fatto nella vita. Forse proprio lì risiede l’essenza: l’arte come percorso in continua trasformazione, mai chiuso in un’etichetta. Conclusione L’incontro con Silviano Scardecchia non è stata una semplice intervista, ma un viaggio nelle pieghe della memoria e della materia fotografica. Il pubblico lo ha ascoltato senza annoiarsi, affascinato dalle sue parole e dai suoi racconti, tra esperienze personali, riflessioni filosofiche e tecniche di laboratorio. In un’epoca dominata dall’istantaneità digitale, il suo approccio ci ricorda che una fotografia non è mai soltanto immagine: è vita impressa nella carta, è tempo che sopravvive, è emozione che ritorna.

Caramanico Terme, tra Arte, Cultura e Natura: l’intervento di Christian Parone al Finissage del Premio 2025

Caramanico Terme (31 agosto 2025) – In occasione del Finissage del Premio Caramanico Terme 2025, il Presidente del Consiglio Comunale Christian Parone ha portato i saluti istituzionali sottolineando la visione strategica con cui l’amministrazione intende rilanciare il borgo montano, storicamente noto per le sue acque termali, oggi chiamato a costruire un nuovo modello di sviluppo fondato su arte, cultura e natura. Parone ha ricordato come Caramanico goda di un patrimonio naturale unico, incastonato tra il Parco Nazionale della Maiella e la Valle dell’Orfento, prima riserva naturale integrale d’Italia negli anni ’70: «Siamo custodi di una biodiversità straordinaria – ha affermato – che rappresenta un valore identitario da proteggere e al tempo stesso una leva per un turismo di qualità». La cultura è l’altro pilastro del rilancio: la cerimonia si è svolta nell’ex Convento delle Clarisse, complesso recuperato nei primi anni Duemila e oggi sede di auditorium, chiostro e anfiteatro, che Parone ha definito «un luogo magico, capace di coniugare storia, spiritualità e creatività contemporanea». Proprio qui, negli ultimi anni, si sono susseguite mostre, concerti e presentazioni letterarie, con la collaborazione di artisti e istituzioni di rilievo nazionale. Il Presidente del Consiglio ha sottolineato anche le difficoltà di gestione e manutenzione di una struttura di tale pregio, indicando come unica strategia possibile «tenerla viva, sempre animata da iniziative, grandi o piccole, capaci di attrarre visitatori e di coinvolgere la comunità». Nel suo intervento, Parone ha espresso gratitudine agli artisti che hanno esposto le loro opere al Premio, evidenziando «la forza delle emozioni trasmesse da ciascun quadro, specchio di esperienze e sensibilità diverse». Ha poi ricordato la propria esperienza professionale in ambito sociale, dove l’arte diventa strumento terapeutico e di espressione anche per persone affette da demenza: «L’arte ha il potere di liberare emozioni e di unire le persone. È questa la direzione che vogliamo seguire anche per Caramanico». Concludendo, Parone ha rivolto un invito a tornare a Caramanico in tutte le stagioni, rassicurando sul sostegno del Comune: «Le risorse economiche non sono tante, ma la volontà è enorme. Le porte della nostra comunità restano aperte a qualsiasi iniziativa culturale e artistica che vogliate portare avanti». Il Finissage del Premio Caramanico Terme 2025 ha così suggellato non solo un percorso artistico, ma anche una visione di futuro che intreccia identità territoriale, creatività e turismo sostenibile    

Ministero della Cultura, 2.700 assunzioni: ma chi difende chi non ha santi in paradiso?

Ministero della Cultura, 2.700 assunzioni: ma chi difende chi non ha santi in paradiso? Nuove assunzioni al Ministero della Cultura: una sfida di merito, non di raccomandazioni Il recente annuncio di 2.700 nuove assunzioni al Ministero della Cultura ha suscitato entusiasmo, non solo per l’impatto occupazionale, ma anche per il valore simbolico che porta con sé: un settore centrale per l’identità del Paese che si rafforza con nuovo personale. Ma dietro la buona notizia si cela un tema cruciale che va ben oltre il singolo concorso: la tutela di chi non può contare su una raccomandazione politica o su legami di potere. L’illusione del concorso “uguale per tutti” In teoria, il concorso pubblico dovrebbe garantire pari opportunità. È la forma più trasparente e meritocratica di selezione: stessi criteri, stesse prove, stesso bando. In pratica, però, non è raro che il sospetto di favoritismi o di procedure orientate a “chi deve vincere” metta in ombra il valore stesso del merito. Chi non appartiene a circuiti politici o non gode di protezioni rischia di percepire una partita già falsata, dove non basta studiare o avere titoli, ma conta soprattutto chi ti conosce. Una stortura che alimenta sfiducia e scoraggia i giovani più motivati. Il peso sociale di chi parte “senza appoggi” Pensiamo a un laureato, un ricercatore, un professionista precario che ha costruito il proprio percorso con sacrificio e dedizione, senza alcun legame politico. Per lui o lei, il concorso rappresenta un’occasione unica, forse irripetibile, per conquistare una stabilità lavorativa. Non c’è un “piano B” fatto di segnalazioni o corsie preferenziali: c’è solo la speranza che a vincere sia davvero la competenza. Privare queste persone di una reale chance significa non solo minare il loro futuro individuale, ma anche indebolire l’intero sistema culturale, che perde risorse umane capaci e motivate. La cultura non può permettersi la logica delle tessere Il patrimonio culturale italiano è uno dei pilastri della nostra identità nazionale e un motore economico con potenzialità immense. Trattarlo come terreno di scambio politico, invece che come settore strategico, significa condannarlo a rimanere debole e arretrato. La cultura ha bisogno di professionisti che credano nel proprio lavoro, che abbiano studiato e che vogliano innovare. Non di persone selezionate perché “vicine a”. La vera riforma: concorsi blindati e trasparenti Le nuove assunzioni rappresentano una grande occasione. Ma perché siano davvero un passo avanti, occorre: •Blindare le procedure concorsuali con criteri trasparenti, prove informatizzate e commissioni indipendenti. •Valorizzare i titoli e le esperienze reali, evitando bandi che appiattiscano le differenze tra chi ha investito anni di studio e chi no. •Creare meccanismi di controllo esterno che impediscano favoritismi e garantiscano la tracciabilità delle valutazioni. •Premiare il merito anche dopo l’assunzione, con possibilità di crescita basate sui risultati e non sulle appartenenze. Difendere chi non ha protezioni è difendere tutti Chi non può contare su un politico a cui bussare non è un “perdente di sistema”: è la maggioranza silenziosa, fatta di cittadini che credono ancora nello studio, nella dedizione e nel lavoro. Difendere i loro diritti significa difendere la credibilità stessa delle istituzioni. Se il Ministero della Cultura vuole davvero segnare una svolta, non basteranno i numeri delle nuove assunzioni: servirà una prova di forza contro ogni logica clientelare. Solo così, chi parte senza privilegi potrà finalmente competere ad armi pari.

A 7 anni dalla morte una mostra in Toscana sul maestro Mauro Staccioli a Casa Masaccio: la scultura come esperienza attraversante

Mauro Staccioli a Casa Masaccio: la scultura come esperienza attraversante La mostra “Sculture attraversabili e attraversanti”, a cura di Caterina Martinelli, restituisce a Casa Masaccio di San Giovanni Valdarno un omaggio rigoroso e poetico a Mauro Staccioli (Volterra, 1937 – Milano, 2018). Non si tratta soltanto di un’esposizione celebrativa, ma di un’indagine critica che ripercorre i nuclei fondanti della ricerca dell’artista, capace di trasformare la scultura in dispositivo di relazione e di coscienza. Sin dall’ingresso, la presenza dei materiali – cemento e corten, ma anche disegni e fotografie – costruisce un percorso che mette in luce l’anima progettuale dell’opera staccioliana. Non si assiste a una semplice raccolta di oggetti, ma a una vera e propria ricostruzione del processo che porta l’artista a concepire le sue installazioni monumentali. L’accento posto sul tempo e sulla dialettica vuoto-pieno rende la penombra rinascimentale di Casa Masaccio un palcoscenico ideale per comprendere la portata del suo linguaggio. La scultura come pensiero e responsabilità Il termine “attraversante” del titolo non è mera metafora: le opere di Staccioli non si limitano a occupare lo spazio, ma lo feriscono, lo segnano, lo aprono alla riflessione concettuale. L’atto dello spettatore non è mai passivo: come sottolinea la curatrice, la “responsabilità dello sguardo” diventa elemento costitutivo della scultura. Senza la presenza umana, senza il corpo che attraversa e lo sguardo che indaga, l’opera perderebbe la sua carica trasformativa. In questo senso, Staccioli si afferma come uno dei padri dell’Arte Ambientale, quella pratica nata negli anni Settanta in Toscana – tra la Fattoria di Celle di Giuliano Gori e la storica rassegna Volterra ’73 curata da Enrico Crispolti – che non intendeva produrre semplici oggetti, ma interventi attivi nel tessuto sociale e urbano. È in questa visione che la scultura diventa politica: non nel senso della propaganda, ma nella capacità di generare relazioni, consapevolezze, responsabilità condivise. Le comunità come materia viva Non è un caso che San Giovanni Valdarno sia un luogo privilegiato per questo reenactment. Qui, nel 1996, Staccioli aveva fatto “circolare” i suoi Tondi lungo il Corso Italia, tracciando un filo ideale con l’impianto urbano progettato da Arnolfo di Cambio. Quelle opere, poi ricollocate nella zona industriale nel 2023, restano come testimonianza della capacità dell’artista di dialogare con la comunità, intrecciando storia e contemporaneità. Per Staccioli, infatti, le persone sono “luoghi”: materia viva con cui plasmare un’arte che non si esaurisce nella forma, ma si rinnova nell’esperienza collettiva. Una lezione ancora attuale “Sculture attraversabili e attraversanti” non è solo un tributo, ma un invito a ripensare il ruolo dell’arte oggi. In un’epoca in cui la fruizione rischia di diventare rapida e superficiale, la lezione di Staccioli ci ricorda che l’opera d’arte è un evento che deve essere vissuto, attraversato, messo in relazione con il contesto e con chi lo abita. Casa Masaccio diventa così non solo spazio espositivo, ma luogo di consapevolezza: qui, la scultura di Mauro Staccioli si conferma non come oggetto statico, ma come gesto che interroga e, inevitabilmente, coinvolge.

Lo Sbeffeggio Ludopatico – Un’irriverenza necessaria

Lo Sbeffeggio Ludopatico – Un’irriverenza necessaria Ciclo ICONOCLASTICA di Luciano Di Gregorio Nel panorama dell’arte contemporanea, l’opera “Lo Sbeffeggio Ludopatico” di Luciano Di Gregorio, appartenente al ciclo ICONOCLASTICA, si impone come un cortocircuito visivo e concettuale, capace di fondere ironia e critica sociale in un’unica, sorprendente immagine. Il fotografo costruisce un ritratto che richiama la pittura fiamminga e barocca, per impostazione luministica e per la rigidità teatrale della posa. Tuttavia, la compostezza viene subito incrinata da elementi di dissonanza: la bambina mostra la lingua con un ghigno beffardo, tiene un pastello tra i denti come fosse un’arma giocosa, e soprattutto indossa un collare elisabettiano decorato da piccoli cuori, segni di una giocosa decadenza. Sul capo, a completare l’atto iconoclasta, un fragile castello di carte: simbolo del vizio, della precarietà, e della compulsione ludica. Di Gregorio gioca volutamente con la tensione tra codici alti e bassi, tra il rigore delle convenzioni estetiche e la carica dissacrante del gesto infantile. L’immagine diventa così un’allegoria della ludopatia: un gioco che non è più innocente, che trasforma il divertimento in ossessione, e che qui viene ridicolizzato, privato della sua aura tragica attraverso lo sberleffo. Il titolo stesso, Lo Sbeffeggio Ludopatico, è un ossimoro concettuale: la malattia sociale del gioco d’azzardo, una delle nuove schiavitù del nostro tempo, viene affrontata con leggerezza, come se un bambino la irridesse con la lingua di fuori. È proprio in questo scarto che risiede la forza dell’opera: la critica non passa per il moralismo, ma per la risata, per la parodia che disarma. L’artista, con il ciclo ICONOCLASTICA, sembra proporre una riflessione più ampia sul ruolo dell’immagine oggi: icona e idolo da distruggere, smontare, desacralizzare. Come un’eco lontana di Dada e Surrealismo, ma attualizzata nella fotografia concettuale, Di Gregorio ridisegna i confini tra sacro e profano, tra arte alta e cultura pop, tra dramma e gioco. In definitiva, “Lo Sbeffeggio Ludopatico” non è solo un ritratto ironico: è un atto politico, un invito a guardare in faccia le contraddizioni del presente senza paura di riderne. Perché, come l’artista sembra suggerire, anche la risata può essere un’arma iconoclastica.

Arte in TV: da Frankenstein ai Bronzi di Riace, passando per Vermeer e Mondrian

Arte in TV: da Frankenstein ai Bronzi di Riace, passando per Vermeer e Mondrian L’ultima settimana di agosto porta sul piccolo schermo una ricca offerta dedicata all’arte e alla cultura, tra documentari, serie e mostre raccontate in esclusiva. Ecco gli appuntamenti da non perdere. Sky Arte: miti, leggende e musei italiani Lunedì 25 agosto debutta Il mio nome è leggenda, una serie in sei episodi ideata da Bottega Finzioni e condotta da Matilda De Angelis, che indaga le radici reali di alcuni personaggi iconici della nostra immaginazione. Ore 21.15 – Frankenstein sono io: a Bologna la scienza del fisico Giovanni Aldini incontra la letteratura di Mary Shelley. Ore 21.55 – La ragazza del boop-boop-a-doop: la storia di Helen Kane, musa di Betty Boop. A seguire episodi dedicati a Zorro, Pippi Calzelunghe, Indiana Jones e Dracula. Martedì 26 agosto, dalle 21.15, spazio alla seconda stagione di Musei, con una maratona di otto episodi narrati da Lella Costa. Un viaggio nei più importanti musei italiani, dagli Uffizi al Palazzo Ducale di Urbino, dalla Ca’ d’Oro di Venezia al Museo Archeologico di Reggio Calabria, fino al cuore della Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova. Giovedì 28 agosto alle 19.35 Sky Arte propone Vermeer – The Greatest Exhibition, che porta lo spettatore al Rijksmuseum di Amsterdam per scoprire la più grande mostra mai dedicata al pittore olandese. Rai Storia: Mondrian e l’astrazione geometrica Sempre questa settimana, Rai Storia dedica un approfondimento a Piet Mondrian nella rubrica Iconologie quotidiane. Protagonista è la Composizione No. II (1919-1921), analizzata dallo storico dell’arte Rodolfo Papa. Un’occasione per ripercorrere l’evoluzione verso l’astrazione e il rapporto dell’artista con il gruppo De Stijl, tra rigore geometrico e colori primari. Arte.tv: Cézanne pioniere Sulla piattaforma Arte.tv è disponibile fino al 26 settembre il documentario Paul Cézanne. Pioniere dell’arte moderna, realizzato in occasione della riapertura della residenza di famiglia ad Aix-en-Provence. Un viaggio nella vita e nelle opere del maestro francese, punto di snodo tra impressionismo e avanguardie. In sintesi La settimana televisiva regala al pubblico un mosaico di storie e visioni: dalla scienza che si fa mito con Frankenstein, alle sale dei grandi musei italiani, fino ai maestri che hanno rivoluzionato l’arte europea come Vermeer, Mondrian e Cézanne. Un calendario che accompagna verso la fine dell’estate con lo sguardo rivolto alla bellezza.

La fragilità del mito alato – Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art

La fragilità del mito alato Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art Il 23 agosto 2025, nelle atmosfere dense di memoria dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme (PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, una rassegna ormai punto di riferimento per le arti visive contemporanee in Abruzzo. La manifestazione, capace di coniugare tradizione e sperimentazione, ha premiato quest’anno, per la sezione dedicata alla Fotografia e Digital Art, l’opera Fragilità (2022) di Luciano Di Gregorio. L’opera Di Gregorio presenta un cavallo alato, reminiscenza mitologica di Pegaso, riletto in chiave contemporanea attraverso un linguaggio ibrido che fonde fotografia, manipolazione digitale e stratificazione pittorica. La figura emerge come un’apparizione lacerata: il corpo equino, attraversato da venature incandescenti e da fenditure di luce, appare fragile e allo stesso tempo possente. La superficie è incrinata da frammenti, piume e scintille rosse che evocano energia vitale, ma anche vulnerabilità e caducità. L’animale mitico non è più simbolo di pura elevazione eroica: il suo slancio sembra spezzato, contaminato da elementi organici e da tracce materiche che riportano il sogno a una condizione terrena. In questo senso il titolo, Fragilità, si fa chiave interpretativa: il mito sopravvive, ma non come icona intatta, bensì come corpo vivo, ferito, continuamente in trasformazione. Critica e visione L’opera di Di Gregorio si colloca in una linea di ricerca che interroga il rapporto tra mito e contemporaneità, tra eternità simbolica e precarietà del presente. L’uso della digital art non è qui esercizio estetico, ma linguaggio capace di tradurre la tensione del nostro tempo: l’energia della creazione e la disgregazione che la accompagna. La composizione, che alterna pieni e vuoti, coaguli cromatici e spazi rarefatti, rivela una sensibilità che guarda tanto alla pittura informale quanto alle possibilità generative del digitale. L’effetto finale è quello di un’immagine pulsante, in equilibrio tra attrazione e inquietudine, dove lo spettatore è invitato a riconoscere la fragilità come valore e come esperienza universale. Il contesto dell’evento Il Premio Caramanico Terme si conferma così un laboratorio privilegiato per la riflessione artistica. La scelta dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme come sede non è casuale: un luogo che incarna la stratificazione storica e che diventa contenitore ideale per opere capaci di dialogare con il tempo, rinnovando significati e immaginari. L’assegnazione a Luciano Di Gregorio del primo premio per la sezione Fotografia e Digital Art segna un riconoscimento importante alla ricerca contemporanea che, pur muovendosi tra pixel e algoritmi, non dimentica la forza archetipica delle immagini. Fragilità dimostra che il mito può rinascere, ma solo se accetta di mostrarsi nella sua vulnerabilità, specchio dell’umano e delle sue metamorfosi.

I VINCITORI del “Premio Caramanico Terme 2025: la nostra rivista celebra Silviano Scardecchia con un riconoscimento speciale”

  Il 23 agosto 2025, negli spazi suggestivi dell’Ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme(PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, appuntamento ormai consolidato per il panorama artistico italiano. La giuria, composta dal presidente Mario Costantini, dalla professoressa Anna Gobbi, dagli artisti Silvio Formichetti e Gerardo Lizza e dal critico d’arte Aleardo Rubini, ha visionato con attenzione le opere esposte sotto la curatela dell’Associazione PESCARART&Co., riconoscendo un livello qualitativo di straordinaria eccellenza. Pittura e Disegno: la forza delle immagini interiori Ad aggiudicarsi il primo premio nella sezione Pittura/Disegno è Patrizia D’Andrea con l’opera Credevo fosse amore (2024). Un lavoro di intensa profondità, in cui segni, trame e simboli pittorici si intrecciano in una metamorfosi che interroga lo spettatore sul confine tra sentimento e illusione. Secondo posto a Monica Chiavarini per Eterea-mente (2023), composizione di grande leggerezza concettuale e formale, mentre il terzo premio è andato ad Antonio Perilli con Paesaggio 232 (2025), paesaggio contemporaneo che rilegge la tradizione attraverso un linguaggio personale e innovativo. Scultura e Installazioni: il corpo della solitudine Nella sezione Scultura/Installazioni si è imposto Tiziano Aldo Tiberii con Solitudine (2025), un’opera che, attraverso la forma fetale, dà corpo al tema universale dell’isolamento esistenziale. La sapiente unione di legni scolpiti crea un’immagine che emoziona e interroga. Il secondo premio è andato a Giorgio Piunti con Avanguardie (2021/2023/2025), mentre il terzo riconoscimento ha premiato la ricerca di Marco e Sara Fattori con La porta della notte (2020), installazione capace di evocare una dimensione sospesa tra simbolo e sogno. Fotografia e Digital Art: la fragilità dell’immaginario Per la sezione dedicata a Fotografia e Digital Art, il primo premio è stato conferito a Luciano Di Gregorio per Fragilità (2022), dove il mito del cavallo alato si rinnova in una visione dinamica, in cui i colori si coagulano e si trasformano in forme pulsanti. Il secondo premio è stato assegnato a Danilo Susi con Le forme inaspettate dell’acqua (2019), indagine poetica sulla materia fluida e sulle sue metamorfosi. Il terzo posto ha visto premiato Giancarlo Micaroni con Il pensiero genera la materia (2023), opera di potente suggestione concettuale. Premi speciali e menzioni Oltre ai vincitori delle sezioni principali, la giuria ha assegnato il Premio Giuria “Ex Aequo” a Lucia Ruggieri, Paolo Di Nozzi, Andrea Malandra e Teodosio Campanelli, a testimonianza di una pluralità di talenti emergenti. Il Premio Catalogo è stato conferito a Pio Serafini, mentre le menzioni in ordine di punteggio hanno riconosciuto il valore delle opere di Alfredo Di Bacco, Francesca Toro, Matteo Fusco, Lucia Di Miceli, Francesco Mehagnoul e Sergio Guerrini.   Il Premio Artelogia.it come miglior Reportage delle emozioni è stato conferito a Silviano Scardecchia, con Presenze – Auroreali trasforma l’alba in poesia visiva, dove figure sull’acqua evocano silenzio, armonia e meraviglia, legando l’uomo al mare.   Un ponte tra tradizione e futuro L’VIII Premio Caramanico Terme si conferma un osservatorio privilegiato sull’arte contemporanea, capace di mettere in dialogo linguaggi differenti – dalla pittura alla fotografia digitale – con un approccio critico e innovativo. Le opere premiate, pur diverse per tecnica e ispirazione, condividono un comune denominatore: la capacità di tradurre l’esperienza individuale in visioni universali, invitando lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra arte, vita e società.

Giordano Bruno, Pasolini e la libertà di pensiero: l’intervento di Paola Pau al VIII Premio Caramanico Terme

Giordano Bruno, Pasolini e la libertà di pensiero: l’intervento di Paola Pau a Caramanico Terme Caramanico Terme, Ex Convento delle Clarisse – VIII Premio Caramanico Terme, mostra “Il pensiero genera la materia” Un filo rosso lega Giordano Bruno a Pier Paolo Pasolini: la libertà di pensiero. È questo il tema che la Dottoressa Paola Pau, presidente del Consiglio del X Municipio di Ostia, ha scelto di raccontare nel suo intervento durante l’inaugurazione della mostra Il pensiero genera la materia, nell’ambito del VIII Premio Caramanico Terme. Giordano Bruno, il pensiero al centro dell’esistenza Parlare di Giordano Bruno, ha sottolineato Pau, è un compito arduo, quasi impossibile. Eppure è inevitabile, soprattutto per chi vive a Roma e ogni giorno incrocia la memoria del filosofo in Piazza Campo de’ Fiori. Bruno, con il suo pensiero, pose al centro dell’esistenza la forza immateriale dell’intelletto e non la materia. Una visione radicale, rivoluzionaria per il suo tempo, che lo condusse al rogo nel 1600. «Dire che Dio è immanente, che è ovunque e non trascendente – ha ricordato Pau – significava allora affermare un’eresia. Bruno non rinnegò mai il suo pensiero, nemmeno sotto torture insopportabili». Il monumento che oggi domina Campo de’ Fiori, eretto a fine Ottocento, è così diventato un simbolo universale di libertà intellettuale e artistica. Pasolini, erede della stessa libertà Il legame con Pasolini nasce proprio nel cuore di Roma. Quando lo scrittore, poeta e regista fu assassinato a Ostia nel 1975, la sua celebrazione laica avvenne davanti al monumento a Bruno. Un gesto che univa due figure diversissime, ma entrambe martiri della libertà di pensiero. Pau ha rievocato quel momento con grande partecipazione personale: «Ricordo la folla di intellettuali e l’urlo disperato di Ninetto Davoli, “Pier Paolo non c’è più, aiutatemi”. Con Moravia distrutto dal dolore che riuscì solo a dire: “È l’intellettuale più libero che c’è”». Bellezza, poesia e ribellione Nel suo discorso, Pau ha toccato anche il tema della bellezza, spesso abusato come parola vuota, ma che invece deve ritrovare concretezza attraverso l’arte e il pensiero. Ha ricordato inoltre che le grandi rivoluzioni culturali del primo Novecento hanno segnato un’epoca irripetibile, ma che resta ancora possibile ribellarsi con gli strumenti della poesia. Citazione d’obbligo di Pasolini: «La poesia non è morta, riconquisiamola». Un invito a recuperare il linguaggio poetico come forma di resistenza culturale e spirituale. Un pensiero che genera materia Chiudendo il suo intervento, Pau ha evocato un passo di Giordano Bruno che racchiude lo spirito della mostra: «I filosofi sono in qualche modo pittori e poeti, i poeti sono pittori e filosofi, i pittori sono filosofi e poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori, i veri filosofi si prediligono l’un l’altro e si ammirano». Una riflessione che restituisce la forza di un pensiero capace di generare materia, arte e libertà.

Enrico Manera: «Giancarlo Costanzo è il tramite che unisce artisti e spirito»

Le considerazioni del maestro sulla mostra di arti visive Il pensiero genera la materia a Caramanico Terme Nella suggestiva cornice dell’ex convento delle Clarisse di Caramanico Terme, oggi spazio sconsacrato ma ancora carico di memoria e di architettura imponente, si è tenuta la mostra di arti visive Il pensiero genera la materia. Un evento che ha visto al centro l’opera instancabile del curatore Giancarlo Costanzo, figura capace di contaminare, intrecciare e mettere in dialogo sensibilità artistiche diverse. Il maestro Enrico Manera, intervenendo durante l’inaugurazione, ha sottolineato con forza il ruolo fondamentale svolto da Costanzo nel panorama culturale: «Se non ci fosse, dovrei inventarlo ! È una persona che contamina: negli anni è riuscito a convocare artisti di grande fama e ad affiancarli a giovani emergenti o a chi crea per pura passione. La sua empatia convince e muove, trasmette sofferenza e bellezza, riuscendo a trasformare l’arte in un ponte tra mondi differenti». Manera ha ricordato come il curatore abbia saputo aprire spazi e contatti preziosi, citando ad esempio la partecipazione di artisti di rilievo come Marotta e come il suo lavoro abbia favorito un ampliamento continuo delle relazioni culturali. Il maestro ha poi invitato il pubblico e gli artisti presenti a non dimenticare le parole di Virgilio, maestro di Dante: «Lo spirito regge il mondo, lo pervade e lo anima». Un richiamo al valore universale dell’arte che, in tempi difficili, diventa «medicina dell’occhio e dell’anima», capace di restituire speranza e coraggio. Non sono mancati riferimenti all’attualità: Manera ha parlato di un’epoca «un po’ triste ed offuscata dalla prepotenza», sottolineando però come il compito degli artisti resti quello di «lanciare un verbo positivo» e di generare energia creativa nonostante le difficoltà. Infine, un ringraziamento all’amministrazione comunale e al sindaco di Caramanico Terme per aver dato spazio e sostegno ad un evento che restituisce valore alla comunità: «Le amministrazioni che investono nella cultura meritano rispetto ed amore. Costanzo è il tramite che rende possibile tutto questo». La mostra Il pensiero genera la materia si conferma così non solo un appuntamento espositivo, ma anche un’occasione di riflessione sulla funzione sociale ed etica dell’arte, capace di unire passato e presente, memoria e visione.