Ian Davenport porta i suoi colori a Todi Dal 31 agosto al 5 ottobre 2025, la Sala delle Pietre del Palazzo del Popolo ospita Holding Center, la personale del grande artista britannico Todi torna a essere palcoscenico internazionale per l’arte contemporanea. Dopo aver accolto maestri come Pomodoro, Plessi e di Suvero, la città umbra dedica la sua prossima stagione espositiva a Ian Davenport (Sidcup, 1966), tra i protagonisti della generazione degli Young British Artists. La mostra, curata da Marco Tonelli e intitolata Holding Center, sarà visitabile dal 31 agosto al 5 ottobre 2025 alla Sala delle Pietre del Palazzo del Popolo. In esposizione alcune delle celebri pitture-installazioni che trasformano la bidimensionalità in esperienza scultorea (Painting with floors), lavori su carta della serie Splats e una video-installazione che animerà il vicino Palazzo del Capitano nei giorni del Todi Festival (30 agosto – 7 settembre). Nominato al Turner Prize già nel 1991, Davenport è noto per le sue colate di colore che diventano architetture dinamiche e immersive. Ha esposto in istituzioni come la Tate Liverpool, il Dallas Contemporary e il Centre Pompidou, e le sue opere sono oggi presenti in prestigiose collezioni museali, dal MoMA di New York al National Museum Wales. L’iniziativa è promossa dal Comune di Todi, dal Todi Festival e dalla Fondazione Progetti Beverly Pepper, che affiancherà la mostra con un ricco programma di eventi collaterali gratuiti, tra visite guidate e laboratori per bambini e scuole. Ingresso libero. 🔗 todifestival.it
ICONOCLASTICA: tra sacro e profano, il volto dell’umano a Caramanico (PE)
ICONOCLASTICA è una raccolta visiva creata dall’artista Luciano Di Gregorio per la Rivista Artelogia.it che scardina i confini tra tradizione e contemporaneità, rievocando l’iconografia religiosa con un linguaggio carico di simboli perturbanti. L’insieme delle immagini non è una semplice galleria di ritratti: è una liturgia visiva che mette in scena i corpi, i volti e i simboli come campo di battaglia tra il divino e il terreno, tra la venerazione e la dissacrazione. Le. opere saranno esposte in occasione della mostra IL PENSIERO GENERA LA MATERIA all’Ex Convento delle Clarisse, Caramanico Terme (PE) 🗓 23 – 31 Agosto 2025 La ferita del sacro Alcuni volti femminili, segnati da lividi e avvolti in panneggi pallidi, richiamano i martiri delle pale rinascimentali. Lo sguardo spento o carico di dolore richiama la tradizione cristiana della “Pietà”, ma senza consolazione: non vi è redenzione, solo esposizione della fragilità umana. Qui l’aura sacra è ridotta a reliquia estetica, e la spiritualità si trasforma in carne martoriata. Archetipi rielaborati Le madonne, i santi, i re maghi: tutti gli archetipi religiosi sembrano riapparire, ma filtrati da una lente contemporanea che li rende ambigui e inquietanti. La madre che stringe un bambino e al contempo una candela-globo ardente diventa emblema della maternità come custodia del mondo e, insieme, del suo inevitabile consumo. Il riferimento alla Vergine con il Bambino si rovescia in un’icona apocalittica, in cui la devozione lascia spazio al presagio. Corpi eretici Ci sono figure androgine, vestite di fiori o avvolte in abiti neri ricamati di simboli esoterici. Il corpo si fa veicolo di metamorfosi: non più un’identità fissa ma un terreno di contaminazione. L’albino con la donnola richiama Leonardo e i ritratti quattrocenteschi, ma il dettaglio contemporaneo – il trucco, la posa teatrale – apre una breccia ironica e disturbante nella citazione. L’iconoclastia come gesto critico Non mancano i richiami satirici, come il clown vestito da papa che fa il gesto della preghiera mentre mostra la lingua in maniera blasfema. Qui l’iconoclastia è esplicita: la liturgia si trasforma in maschera grottesca, smascherando il potere delle istituzioni religiose ridotte a spettacolo. È un’irriverenza che non nega il sacro, ma lo smonta pezzo per pezzo, costringendoci a interrogare la sua persistenza nella cultura visiva. Un’estetica barocca digitale Esteticamente, le immagini sembrano citare il barocco pittorico: chiaroscuri profondi, panneggi fluidi, pose solenni. Tuttavia, il mezzo fotografico e la manipolazione digitale ne alterano l’aura, trasformandoli in un teatro visivo in cui ogni elemento – un serpente azzurro, un corno, un velo, una fioritura impossibile – diventa simbolo. È un barocco contemporaneo, iperreale, che non rappresenta il divino ma la sua assenza. Conclusione ICONOCLASTICA è un atlante visivo che non cerca di distruggere le icone, ma di rivelarne la potenza residua. Nel farlo, le svuota di dogmi e le riempie di nuove contraddizioni: il sacro diventa politico, il corpo diventa tempio e ferita, la fede diventa teatro. Non è un atto di blasfemia, ma un atto di verità: mostrare come, anche nel nostro presente secolarizzato, viviamo ancora immersi in un immaginario che non sappiamo abbandonare.
Abruzzo, terra di luce e memoria: il Museo dell’Ottocento e il nuovo Rinascimento della pittura abruzzese
In un’Italia spesso abituata a guardare alle grandi capitali dell’arte – Roma, Firenze, Milano – l’Abruzzo sta silenziosamente riemergendo come una delle regioni più fertili per la riflessione critica e la valorizzazione del proprio patrimonio pittorico. Il recente ampliamento del Museo dell’Ottocento Fondazione Di Persio-Pallotta di Pescara, con oltre cinquanta nuove acquisizioni in appena tre anni, non è solo un’operazione collezionistica: è un atto di consapevolezza culturale. Il cuore pulsante di questa rinascita è un’idea precisa: riportare l’Ottocento al centro di un discorso che lo riconosca nella sua complessità, lontano dai luoghi comuni che lo hanno confinato a un ruolo di “arte di transizione” tra Neoclassicismo e Avanguardie. L’Abruzzo, con la sua storia di confine – geograficamente e culturalmente – offre un punto di vista privilegiato per leggere queste dinamiche. Abruzzo e Ottocento: un legame vitale La pittura abruzzese dell’Ottocento, pur spesso intrecciata a centri come Napoli e Roma, ha mantenuto una propria identità, nutrita da un rapporto intimo con il paesaggio. Non è un caso che artisti legati alla regione abbiano saputo coniugare il verismo di scuola meridionale con un lirismo atmosferico che guarda alle esperienze francesi. Le vedute marine, i borghi collinari, i pastori della transumanza, i volti scolpiti dalla fatica e dal sole: sono immagini che, nell’Ottocento, diventano metafora di una resistenza culturale, in cui la natura non è sfondo, ma protagonista. Il ruolo del Museo di Pescara Il Museo dell’Ottocento, fondato dai collezionisti Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta, sta svolgendo una funzione cruciale: costruire un ponte tra la pittura italiana e quella francese, senza dimenticare il radicamento abruzzese. Nelle sale, il dialogo tra Cammarano e i maestri della Scuola di Barbizon non è solo un confronto stilistico, ma una chiave per capire come anche gli artisti formatisi in Abruzzo o di passaggio in regione abbiano assorbito e reinterpretato le lezioni della modernità europea. Dal paesaggio alla memoria Opere come quelle di Federico Rossano, con i loro equilibri tra rigore compositivo e vibrazione luminosa, trovano eco nei pittori che, in Abruzzo, hanno saputo far parlare il paesaggio come documento identitario. La luce dell’Adriatico, il verde argenteo degli ulivi, il chiarore delle vette innevate: elementi che, nelle tele ottocentesche, si trasformano in un linguaggio universale, ma radicato in una geografia precisa. Un laboratorio critico per l’Abruzzo contemporaneo Oggi, il Museo di Pescara non è soltanto un archivio visivo del XIX secolo, ma un laboratorio di rilettura della storia dell’arte abruzzese. Ogni nuova acquisizione non amplia soltanto la collezione, ma diventa pretesto per interrogare la memoria collettiva e riscoprire un’identità artistica che merita di uscire dal cono d’ombra delle grandi narrazioni nazionali. L’arte abruzzese dell’Ottocento, filtrata attraverso la lente del Museo, non appare come un capitolo minore, ma come un tassello fondamentale di un mosaico più ampio: quello di un’Italia che, anche lontano dalle metropoli, ha saputo dialogare con l’Europa, senza perdere la propria voce. Oggi, varcare la soglia del Museo dell’Ottocento significa compiere un doppio viaggio: uno nel tempo, per ritrovare un secolo troppo a lungo frainteso, e uno nello spazio, per riscoprire l’Abruzzo come terra d’arte, luce e memoria.
“Il pensiero genera la materia” – L’Arte in viaggio da Nocciano a Caramanico
“Il pensiero genera la materia” – L’Arte in viaggio da Nocciano a Caramanico Dal 9 al 19 agosto 2025, il Castello De Sterlich-Aliprandi di Nocciano ospita la mostra Il pensiero genera la materia, un’esposizione itinerante che proseguirà dal 23 agosto nell’ex Convento delle Clarisse di Caramanico Terme. L’evento, organizzato dal gallerista Giancarlo Costanzo e presentata dal critico d’arte Andrea Viozzi e dalla giornalista Francesca Di Giuseppe, celebra l’arte contemporanea con un percorso espositivo ricco di suggestioni, tecniche e linguaggi. La mostra si apre con un momento di grande valore simbolico e affettivo: la signora Daniela Fuina ha donato al Museo di Arte Contemporanea di Nocciano una splendida opera del compianto Giancarlo Scianella, maestro indiscusso della scultura italiana del Novecento e figura di spicco dell’Arte Povera. Scianella, artista castellano legato alla tradizione ceramica della sua terra, ha saputo trasformare la materia — terra, acqua, elementi naturali — in forme cariche di energia e significato, inserendosi a pieno titolo accanto a nomi come Fontana, Martini e Arnaldo Pomodoro. L’opera donata, datata 1985, si colloca nel periodo in cui l’artista partecipò per la dodicesima volta al Premio Faenza, dopo importanti riconoscimenti ricevuti anche nel ’75, ’76 e ’79. Un pezzo che arricchisce ulteriormente la già prestigiosa collezione del museo noccianese. Un’esposizione corale L’edizione 2025 si caratterizza per la presenza di 53 opere, cui si aggiungono più di dieci lavori realizzati “a sei mani” dal Gruppo Earth — Alfredo Celli, Fabrizio Mariani e Giancarlo Costanzo — frutto di una ricerca condivisa che dura ormai da oltre un anno. Un approccio complesso, dove la fusione di tre sensibilità su un unico supporto crea risultati inaspettati e potenti. Accanto a loro, i “maestri storici” come Enrico Manera, Antonio Cimino, Giuliano Cotellessa, Ettore Le Donne, Nino De Luca, Alberto Gallingani, e Silvio Formichetti, figura poliedrica e vicina al mondo della critica. Il percorso espositivo è arricchito da pittura, scultura, fotografia e installazioni, creando un dialogo tra linguaggi che rende la mostra una vera esperienza immersiva. Arte come pensiero e testimonianza Il titolo Il pensiero genera la materia, ispirato a una sintesi del pensiero di Giordano Bruno, riflette la vocazione dell’arte contemporanea a superare la pura estetica per farsi veicolo di riflessione. Le opere affrontano tematiche attuali e urgenti: la guerra, la condizione femminile, l’impatto dell’intelligenza artificiale, il progressivo abbandono del libro di carta a favore del digitale. Attraverso un uso espressivo del colore e una pluralità di tecniche, gli artisti esprimono inquietudini, speranze e interrogativi, rifiutando l’atteggiamento dell’“artista struzzo” e scegliendo invece di essere testimoni attivi del proprio tempo. La bellezza visibile e invisibile Come sottolineato dagli organizzatori, la bellezza qui non è solo un fatto estetico, ma un simbolo — nel senso etimologico di “mettere insieme” — che unisce la parte visibile e immediatamente percepibile dell’opera alla sua dimensione invisibile, nascosta, accessibile solo a chi sa guardare oltre l’apparenza. È proprio questa profondità, questa ricerca di senso, a fare della mostra un’occasione rara di incontro tra arte e pensiero. Con Nocciano e Caramanico come tappe di un viaggio che è geografico ma anche concettuale, Il pensiero genera la materia si presenta come un invito a osservare, riflettere e, soprattutto, a lasciarsi trasformare dalla forza della materia quando questa diventa arte.
Addio a Gianni Berengo Gardin, l’occhio poetico del Novecento
Addio a Gianni Berengo Gardin, l’occhio poetico del Novecento È con profondo rispetto che ricordiamo Gianni Berengo Gardin, celebre fotografo italiano scomparso negli scorsi giorni all’età di 94 anni. Nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930, ha iniziato a esplorare il mondo della fotografia negli anni Cinquanta, pubblicando i suoi primi scatti sulla rivista Il Mondo . Maestria e impegno sociale Autodidatta, Berengo Gardin ha attraversato l’Italia — da Venezia a Milano — costruendo la sua carriera con stile sobrio e narrativo. Ha portato avanti il reportage sociale con delicatezza, raccontando luoghi, persone e mestieri con chiarezza e profondità . La sua presenza nel panorama fotografico è stata marcata da opere fondamentali: il reportage sul dramma dei manicomi, pubblicato nel volume Morire di classe (1969), ha segnato una svolta nella fotografia documentaria italiana . Tra i premi conquistati, l’Oscar Barnack Award (1995) per la serie La disperata allegria e il prestigioso Lucie Award alla carriera (2008) testimoniano il suo rigore umano e professionale . Lo sguardo sensibile e instancabile Denis Curti, curatore della sua retrospettiva alla Casa dei Tre Oci del 2013, ricorda un uomo che spariva ogni giorno per dedicarsi a nuovi scatti, come quello sulle grandi navi incalzanti a Venezia — un tema di denuncia anticipatore del turismo di massa . Italo Zannier lo descrive come un osservatore della transizione italiana del dopoguerra, capace di documentare la campagna sfiorita e la vita contadina con passione e dignità . La fotografia per lui era un mestiere artigianale e un atto di ascolto: viaggiava, guardava, poi scattava — scegliendo il punto di vista con l’empatia di un vero intellettuale visivo . Un’eredità incancellabile Berengo Gardin ha lasciato alle generazioni future un’archivio monumentale — oltre 1,5 milioni di negativi — e un corpo di lavoro vastissimo, con più di 250 libri pubblicati e centinaia di mostre personali nel mondo . La Fondazione FORMA e l’agenzia Contrasto gestiranno il suo lascito culturale, affinché non venga mai perduto . Città del cuore: Venezia e Camogli Due città incarnano il suo spirito: Venezia, dove la fotografia è stata scoperta e amata, e Camogli, dove ha vissuto e trovato ispirazione. Lì ha custodito il suo lavoro, come un custode silenzioso di immagini e sogni . In questo momento di addio, celebriamo Gianni Berengo Gardin non soltanto come maestro della fotografia italiana, ma come un narratore che ha saputo trasformare il quotidiano in poesia visiva. Il suo sguardo rimarrà per sempre, inciso nelle pagine della nostra memoria.
Il paesaggio lirico di Licini e Pericoli: dialoghi visivi tra sogno, memoria e segno
Dal 19 luglio al 9 novembre 2025, il Centro Studi Osvaldo Licini – Casa Museo Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado propone una mostra di straordinaria densità poetica e visiva: «Quel lontano mar, quei monti azzurri. Il Paesaggio di Osvaldo Licini e Tullio Pericoli», a cura di Nunzio Giustozzi e Daniela Simoni. Un’esposizione che non si limita al confronto formale tra due maestri, ma scava nelle radici profonde del paesaggio marchigiano come luogo dell’anima, come crocevia tra infinito e finito, come epifania di un’interiorità che si fa immagine. Una mostra-ponte tra tempo e linguaggi L’accostamento tra Licini e Pericoli è tutt’altro che arbitrario. Il primo, protagonista assoluto dell’arte italiana del Novecento, ha saputo trasformare la sua terra natale in metafora del pensiero e del sogno. Il secondo, raffinato interprete della forma e del segno, ha restituito nel tempo un paesaggio inquieto e meditativo, profondamente radicato nella materia visiva e nella memoria. Entrambi, pur con approcci diversi, si sono misurati con la dialettica tra reale e immaginario, tra natura osservata e paesaggio interiorizzato. Il paesaggio come luogo mentale Nel corpus esposto, Osvaldo Licini appare con quella sua consueta capacità di sublimare il dato visivo in esperienza visionaria. Il suo paesaggio non è mai mera trascrizione dell’osservazione, ma scena mentale, costruzione filosofica e lirica. La natura marchigiana – mai drammatica né spettacolare, ma civilmente misurata come scriveva Guido Piovene – diventa terreno fertile per sviluppare simboli, figure sospese, architetture dell’invisibile. I “Angeli ribelli”, le “Amalassunte”, emergono da colline lievi e cieli metafisici, custodendo un silenzio carico di domande. Per Tullio Pericoli, invece, il paesaggio è materia da dissezionare, da ascoltare e interpretare attraverso la linea, attraverso quel segno incisivo, nervoso e meditato che ne è cifra stilistica e poetica. Nelle opere selezionate – dalle più cupe e inquietanti degli anni Settanta fino alle vedute più luminose e aeree del decennio successivo – si avverte una tensione continua tra ordine e disordine, tra superficie e profondità. Le opere più recenti, in particolare, denunciano un paesaggio ormai ferito, quasi traumatico, nel quale l’artista si interroga sul rapporto tra uomo e ambiente, senza retorica ma con intensa consapevolezza. Il segno come legame profondo Il fil rouge che unisce Licini e Pericoli è il segno. Un elemento grafico e insieme concettuale che assume valore di pensiero, di traccia esistenziale. Per entrambi, il segno non è mai puramente estetico, ma è gesto di rivelazione, sintesi visiva di un mondo inafferrabile. In questo senso, la mostra non è solo un omaggio al paesaggio, ma una riflessione sul disegno come forma originaria del sentire. In linea con le ricerche portate avanti dal Centro Studi Licini, il “segno marchigiano” si configura così come elemento di identità artistica, profonda e non localistica. Conclusione «Quel lontano mar, quei monti azzurri» è una mostra che non si limita a esporre, ma invita a contemplare, a riflettere. Attraverso la forza silenziosa delle opere e l’equilibrio curatoriale del percorso, essa propone una ricognizione estetica ed emotiva di un paesaggio che è sì marchigiano, ma che diventa universale, archetipico, spirituale. Licini e Pericoli, ciascuno con la propria voce, ci ricordano che l’arte non descrive il mondo: lo reinventa, lo interroga, lo salva. Una mostra necessaria, che merita di essere vissuta con lentezza, con attenzione, con gratitudine.
IL PENSIERO GENERA LA MATERIA
IL PENSIERO GENERA LA MATERIA L’arte come ponte tra l’invisibile e il tangibile Due luoghi ricchi di storia, una sola visione potente: “IL PENSIERO GENERA LA MATERIA” è il nuovo e affascinante progetto espositivo promosso dall’Associazione P.A.E., un viaggio artistico itinerante che unisce l’intelletto alla materia, la riflessione al gesto, l’invisibile al visibile. Prima tappa: Castello De Sterlich di Nocciano (PE) 🗓 9 – 19 Agosto 2025 Il castello De Sterlich-Aliprandi domina il paese di Nocciano, in provincia di Pescara. Di proprietà del Comune di Nocciano e restaurato nel 1993, è attualmente la sede del Museo delle Arti.StoriaSituato tra le valli del Cigno, del Pescara e della Nora, la costruzione del castello si fa risalire all’anno Mille, con il primo nucleo costituito dal torrione poligonale, successivamente inglobato nell’attuale edificio.La storia del castello si lega comunque a quella della famiglia De Sterlich-Aliprandi, presente a Nocciano dal XV-XVI secolo, che ne rimase proprietaria fino alla metà del XX secolo e che ne trasformò l’aspetto da costruzione difensiva a residenza signorile.ArchitetturaIl castello ha una pianta irregolare con una struttura simile ad una doppia “L”. Al castello si accede tramite una larga rampa che conduce al portale principale, sormontato da un arco a tutto sesto. Accedendo al castello ci si trova di fronte ad un cortile pavimentato, aperto da un lato verso il giardino.Il piano nobile è caratterizzato da una loggia formata da tre arcate, con un’altra loggia ad otto arcate che si ritrova anche sulla parete esterna.Voci correlate Museo delle arti di Nocciano Seconda tappa: Ex Convento delle Clarisse, Caramanico Terme (PE) 🗓 23 – 31 Agosto 2025 L’ex Convento delle Clarisse di Caramanico Terme è un gioiello storico e culturale nato nel 1636 da una casa privata trasformata in monastero fortificato presso le mura del borgo . Situato in via San Maurizio 8, l’edificio fu sconsacrato e parzialmente distrutto da un terremoto nel XVIII secolo, ma conserva ancora oggi tracce della pianta originaria e delle difese (fuciliere e cannoniere) Questa rassegna unica indaga il misterioso e affascinante rapporto tra pensiero e materia nell’arte contemporanea. Qual è la forza che trasforma un’idea in opera d’arte? Come si fa materia un’intuizione? Le opere in mostra saranno la risposta a queste domande, offrendo uno spazio di contemplazione e stupore. Il percorso espositivo parte dall’antico – quando l’arte era strumento celebrativo, simbolico, devozionale – per arrivare al contemporaneo, dove il gesto artistico si fa atto introspettivo, sociale, spesso rivoluzionario. In questa narrazione, l’arte diventa veicolo di connessione tra mente, materia e umanità. Materia pensata, emozione plasmata In mostra, le opere di oltre 60 artisti selezionati per la loro capacità di trasformare idee, emozioni e visioni in forme concrete, toccanti, vive. Ogni creazione racconta un universo, una spinta interiore, un’esigenza di comunicare. Artisti partecipanti al premio: Jule Amorosi, Teresa Annibali, Luciano Astolfi, Annie Brighton, Teodosio Campanelli, Maria Teresa Castellani, Paola Celi, Gian Mario Celli, Annalisa Cerio, Monica Chiavarini, Domenico Chiola, Daniela Ciarrocchi, Lorenzo Cipolletti, Giuseppe Cipollone, Luciano Costantini, Patrizia D’Andrea, Rossana De Luca, Alfredo Di Bacco, Yuri Di Blasio, Angela Di Giovannantonio, Luciano Di Gregorio, Massimiliano Di Mattia Mattyo, Lucia Di Miceli, Paolo Di Nozzi, Annalisa Faieta, FANVEL – Marco & Sara Fattori, Matteo Fusco, Walter Giancola, Marilu’ Giannantonio, Sergio Guerrini, Fausto Leonio, Andrea Malandra, Saverio Magno, Francesco Mehagnoul, Giancarlo Micaroni, Antonio Perilli, Carina Pieroni, Giorgio Piunti, Piet Postema, Ravel, Catia Rea, Lucia Ruggieri, Silviano Scardecchia, Pio Serafini, Rocco Simoncini, Danilo Susi, Giuseppe Tanzi, Tiziano Aldo Tiberii, Francesca Toro, Loriana Valentini, Caterina Ventimiglia, Tiziano Viani. Gruppo EARTH: Alfredo Celli, Giancarlo Costanzo, Fabrizio Mariani Artisti ospiti: Antonio Cimino, Mario Costantini, Giuliano Cotellessa, Nino De Luca, Silvio Formichetti, Alberto Gallingani, Cleonice Gioia, Ettore Le Donne, Gerardo Lizza, Enrico Manera “IL PENSIERO GENERA LA MATERIA” non è soltanto una mostra, ma un’esperienza: un invito a fermarsi, osservare e riflettere sul potere creativo della mente umana, capace di trasformare il pensiero in arte, e l’arte in cambiamento. Ti aspettiamo per un incontro con l’anima dell’arte. Perché ogni opera nasce da un pensiero. E ogni pensiero, se accolto, può diventare materia.
Tina Modotti: Una Vita tra Fotografia e Rivoluzione in Mostra a Roma
Fino al 21 settembre, il Museo di Roma in Trastevere ospita Tina Modotti. Donna, Fotografa, Militante. Una vita fra due Mondi, una mostra intensa e compatta dedicata a una delle figure più affascinanti del Novecento. Fotografa, attrice e attivista, Tina Modotti ha attraversato il secolo con passo rapido e deciso, lasciando un’impronta che oggi riemerge in tutta la sua potenza. Curata dall’associazione Storia e Memoria Aps in collaborazione con istituzioni italiane e messicane, l’esposizione ripercorre il breve ma folgorante cammino dell’artista friulana, nata a Udine nel 1896 e morta improvvisamente a Città del Messico nel 1942, in circostanze ancora oggi controverse. Oltre 60 tra fotografie, lettere e documenti illustrano il viaggio umano e artistico della Modotti: dagli inizi negli Stati Uniti come operaia e attrice, all’incontro decisivo con Edward Weston e l’approdo in Messico, dove l’arte fotografica si intreccia all’impegno politico. I suoi scatti – ritratti di lavoratori, nature morte, donne indigene – raccontano un’estetica essenziale, profondamente legata alla giustizia sociale. Modotti fu anche militante comunista, vicina a figure come Frida Kahlo, Diego Rivera e Siqueiros. Partecipò attivamente alla Guerra Civile Spagnola e, fino alla fine, visse tra arte, ideali e lotte. La mostra ne restituisce il volto sfaccettato: fragile e coraggioso, idealista e concreto, privato e pubblico. Un’occasione preziosa per riscoprire una figura chiave della fotografia del XX secolo, ponte tra due mondi – Italia e Messico – e testimone profonda di un’epoca di grandi trasformazioni.
LE TRE CHIAVI
Le tre chiavi di Luciano Di Gregorio da RITRATTO INUSUALE Questa immagine, che richiama chiaramente lo stile pittorico fiammingo del XVII secolo per composizione, luce e resa materica, è un esempio di ritratto allegorico in cui il simbolismo occupa un ruolo centrale. L’elemento più potente dell’opera è senza dubbio il trittico di chiavi che incorniciano il volto della figura femminile: due ai lati, una al centro, poggiata come una corona o una reliquia sacra. Analisi simbolica delle tre chiavi: Le chiavi, per tradizione iconografica, sono simbolo di potere, conoscenza e accesso. Collocate in questo modo, suggeriscono una dimensione quasi sacrale: la chiave centrale, dalla forma a cuore, assume un valore spirituale o amoroso, come se aprisse non solo porte fisiche ma anche quelle dell’anima. È interessante notare come questa chiave formi una sorta di aureola stilizzata sopra la testa, suggerendo santità, saggezza o elezione. Le due chiavi laterali invece ricordano bilanciamento e dualità: potrebbero rappresentare il contrasto tra ciò che è nascosto e ciò che è rivelato, tra mente e corpo, o tra passato e futuro. Aspetto compositivo: Il modo in cui la donna è raffigurata — in posa frontale, con le mani congiunte e lo sguardo diretto — richiama i ritratti rinascimentali e barocchi di figure nobili o religiose. L’uso della luce caravaggesca, che illumina il volto e le mani mentre tutto il resto si perde in uno sfondo scuro, amplifica la sacralità della scena. I toni terrosi dei vestiti e del turbante, insieme alla sobrietà dell’espressione, evocano umiltà, ma anche forza e interiorità. Lettura concettuale: La donna può essere interpretata come una “custode dei segreti” o una figura iniziatica: una sacerdotessa, una vestale, o persino un archetipo della conoscenza femminile. Le chiavi non sono solo oggetti, ma segni di ciò che è necessario per accedere a un altro livello di realtà o comprensione.
Anselm Kiefer: Solaris – La grande mostra al Castello Nijo di Kyoto
Anselm Kiefer: Solaris – La grande mostra al Castello Nijo di Kyoto Dal 31 marzo al 22 giugno 2025, l’arte monumentale e intensa di Anselm Kiefer approda per la prima volta in modo così esteso in Asia con la mostra Solaris, allestita nella suggestiva cornice del Castello Nijo di Kyoto. Organizzata da Fergus McCaffrey in collaborazione con la Città di Kyoto, l’esposizione rappresenta un evento culturale di straordinaria importanza, sia per la portata dell’artista sia per l’eccezionalità del luogo. Una mostra storica in un luogo simbolico Il Castello Nijo, patrimonio UNESCO e simbolo dell’epoca Edo, diventa lo scenario inedito per accogliere trentatré opere tra dipinti e sculture realizzate da Kiefer. I lavori sono distribuiti all’interno dell’antico edificio Daidokoro – l’area che un tempo ospitava le cucine e gli spazi di servizio della corte imperiale – e nei cortili esterni, creando un dialogo poetico e potente tra la memoria della storia giapponese e la visione esistenziale dell’artista tedesco. Kiefer: memoria, materia, spiritualità Nato in Germania nel marzo 1945, Anselm Kiefer è considerato uno dei più importanti artisti contemporanei. Da decenni il suo lavoro affronta temi legati alla memoria storica, al trauma, alla spiritualità e alla rinascita, utilizzando materiali grezzi come piombo, cenere, paglia, terracotta e tessuti. Le sue opere sono stratificate, fisiche e cariche di simbolismo, evocando rovine e cosmologie, mitologie antiche e cicli naturali. In Solaris, il titolo richiama tanto la luce del sole quanto l’omonimo romanzo di fantascienza di Stanisław Lem, suggerendo un viaggio nella coscienza, nel tempo e nello spazio. Le opere si fanno specchio del subconscio collettivo, collocandosi in un contesto culturale che – pur geograficamente e storicamente lontano – risuona con sorprendente affinità. Arte globale in un contesto locale La scelta di Kyoto non è casuale. Città simbolo della tradizione giapponese, Kyoto è anche un centro culturale attento all’arte contemporanea e alle contaminazioni internazionali. L’incontro tra il linguaggio visivo e concettuale di Kiefer e l’architettura silenziosa e solenne del Castello Nijo crea una tensione artistica unica, capace di offrire nuove letture e sensibilità, sia per il pubblico giapponese che internazionale. Informazioni utili Questa mostra rappresenta un’occasione irripetibile per vivere l’opera di Kiefer in un contesto culturale di rara bellezza, dove l’Oriente e l’Occidente si intrecciano in un racconto visivo denso di storia, materia e significato.
